Login

Lost your password?
Don't have an account? Sign Up

Rifiuti nucleari, dove metterli?

 rifiuti_nucleariCon il referendum abrogativo del 1987 fu “di fatto” sancito l’abbandono da parte dell’Italia del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico ed infatti di lì a poco le quattro centrali nucleari in Italia furono chiuse. Tuttavia ancora oggi i rifiuti radioattivi sono custoditi non in condizione di massima sicurezza e in più località generalmente nei pressi delle vecchie centrali nucleari. Inoltre resta ancora da effettuare il totale smantellamento, la rimozione e la decontaminazione (operazioni definite di “decommissioning”) di strutture e componenti degli impianti nucleari in Italia.

Sia delle centrali nucleari ex-Enel: Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina, Garigliano (Caserta), sia degli impianti del ciclo del combustibile ex-Enea: EUREX di Saluggia (Vercelli), FN-Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), OPEC in Casaccia (Roma), Plutonio in Casaccia (Roma), ITREC in Trisaia – Rotondella (Matera).Diversi sono i motivi per cui il problema della sistemazione definitiva di tutto il materiale radioattivo e degli alti costi relativi al loro smaltimento è ancora da risolvere.

Il Governo ha attualmente affidato questo compito alla Sogin. Nel 2003 più volte è sembrata avvicinarsi una soluzione: Sardegna, Toscana, Puglia e Basilicata. Da quanto accaduto nel novembre 2003 a Scanzano Ionico (Basilicata) e a causa dell’ assenza di informazioni esaurienti e organiche su tale problema nel panorama mediatico (stampa, tv, internet), è nata l’intenzione di trattare la questione del sito unico nazionale per la raccolta delle scorie nucleari (“sistemazione, smaltimento e stoccaggio, in condizioni di massima sicurezza, dei rifiuti radioattivi”) in Italia e argomenti correlati, mantenendo ad ogni modo un comportamento apolitico e apartitico.

La nostra finalità è rendere possibile un’informazione estesa e completa su tale questione e per raggiungere tale scopo saranno qui raccolte e rielaborate notizie pubblicate in modo sparso in internet, indicando quando possibile l’indirizzo da cui sono state prelevate. Per perseguire in modo serio e imparziale tale obbiettivo, sono state preferite in massima parte fonti di autorevole reputazione: giornali nazionali non legati a partiti politici, atti e documenti ministeriali o governativi, documenti di enti non governativi di fama internazionale, articoli di network indipendenti di riconosciuta attendibilità.

Cosa sono le scorie Nucleari?
Con il termine di scorie nucleari si intende indicare il combustibile esausto originatosi all’interno dei reattori nucleari nel corso dell’esercizio. Esse rappresentano un sottoinsieme dei rifiuti radioattivi, a loro volta suddivisibili in base al livello di attività in tre categorie: basso, intermedio ed alto.

Esempio di rifiuti a basso livello sono costituiti dagli indumenti usa e getta usati nelle centrali nucleari; il 90% dei rifiuti radioattivi prodotti appartengono a questa categoria, ma contengono solo il 1% della radioattività di provenienza antropogenica. Rifiuti a livello intermedio sono costituiti ad esempio dall’incamiciatura del combustibile, richiedono schermatura, e costituiscono il 7% del volume dei rifiuti radioattivi prodotti nel mondo (ma contengono solo il 4% della radioattività). Al contrario le scorie ad alto livello costituiscono solo il 3% del volume prodotto nelle attività umane, ma contengono il 95% della radioattività.

Tipico esempio è costituito dal combustibile esausto delle centrali nucleari. I 436 reattori nucleari presenti in 31 nazioni infatti producono annualmente migliaia di tonnellate di scorie. Un reattore del tipo PWR scarica annualmente da 40 a 70 elementi di combustibile, un BWR da 120 a 200 (rispettivamente 461.4 e 183.3 Kg di uranio per assembly). Infatti dopo 3 anni di permanenza all’interno del reattore il combustibile passa alle piscine di raffreddamento; si sono formati in totale circa 350 nuclidi differenti, 200 dei quali radioattivi.

Si ha, in media, la seguente composizione:
–  94% uranio 238.
–  1% uranio 235.
–  1% plutonio.
–  0.1% attinidi minori (Np, Am,Cm).
–  3÷4% prodotti di fissione.

Si osservi che: la radiotossicità del combustibile esausto decresce nel tempo e pareggia quella dell’uranio inizialmente caricato nel reattore solo dopo 250.000 anni. Il contributo maggiore alla pericolosità delle scorie è dato dal plutonio: l’80% dopo 300 anni, il 90 % dopo 500 anni. Dopo il plutonio i maggiori contributori sono gli attinidi minori (nettunio, americio e curio), che contribuiscono per un ordine di grandezza meno del plutonio ma circa mille volte più dei prodotti di fissione.

Gli attinidi rappresentano dunque il maggiore pericolo potenziale delle scorie nucleari; tuttavia bisogna tener conto anche di alcuni prodotti di fissione quali alcuni isotopi dello iodio, del tecnezio e del cesio, data la loro maggiore mobilità nella biosfera e la loro maggiore affinità biologica (vie di ritorno per l’uomo). Dato che le scorie radioattive, al contrario dei rifiuti convenzionali, decadono nel tempo, si osserva che i prodotti di fissione sono pericolosi per circa 300 anni, gli attinidi minori per circa 10.000, il plutonio  per  circa 250.000.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi ha portato i diversi Stati della mondo ad adottare diverse soluzioni: gli USA hanno deciso di stoccarli nello Yukka Mountain, in Nevada, senza riciclarli. La Federazione Russa è propensa a compiere un’operazione simile. Francia, Belgio, Inghilterra, Giappone hanno invece deciso di riciclarli sotto forma di MOX (ossidi di U e Pu) e riutilizzarli per aumentare la resa di produzione di energia e ridurre la quantità degli stessi. Sono due filosofie completamente differenti con grosse implicazioni politiche e strategiche, culminanti nel cosiddetto NPT (Non Proliferation Treaty), avente la finalità di minimizzare il rischio di proliferazione, incidente o sabotaggio.

Qualche pazzo ha lanciato delle idee, vediamole…
A – Lo smaltimento sotto i fondali marini.
B – La “trasmutazione” dei nuclei radioattivi a vita media-lunga in elementi stabili.
C – Il Sole come discarica per le scorie nucleari.
D – L’uso civile e bellico dell’ uranio impoverito (il “prodotto di scarto”).
E – Il batterio che ripulisce dalla radioattività.

Nell’agosto 2001, nell’annuale seminario tenutosi al Centro “Ettore Majorana” di Erice, l’americano David Scott (ex astronauta, comandante della missione Apollo 15) ha esposto una sua convinzione: il Sole è la ideale discarica naturale per tutte le scorie radioattive della Terra. Già con i mezzi attuali l’impresa viene considerata tecnicamente possibile. Gli ostacoli persistono, semmai, sul piano puramente economico. Per liberare il nostro pianeta dalla cosiddetta “spazzatura nucleare” occorrerebbero alcune decine di missioni da condurre con appositi cargo spaziali senza equipaggio spinti da potenti razzi che sarebbero in grado di condurre il carico fino alla zona di attrazione gravitazionale del Sole per essere risucchiato nella sua enorme fornace.

Secondo David Scott, sarebbero necessarie alcune decine di missioni, più o meno il numero equivalente richiesto per l’assemblaggio della stazione spaziale. Idea allettante e per nulla proibitiva se non fosse per i costi richiesti da ogni lancio: cento milioni di dollari. Si tratterebbe di un investimento da sostenere senza alcuna contropartita se non la sicurezza e la tranquillità del mondo intero. Va ricordato, infatti, che i tempi di decadimento delle scorie radioattive sono estremamente lunghi e l’umanità non può permettersi di attendere centomila anni per riappropriarsi delle aree usate come deposito. Peraltro la loro bonifica sarebbe comunque lunga e costosa.

L’adattamento dei veicoli spaziali per le esigenze di carico del materiale nucleare da smaltire prevede l’elaborazione di uno specifico progetto. Dal momento in cui si decidesse di dare corso al programma, occorrerebbero da due a tre anni per mettere a punto i requisiti tecnici del lanciatore e del relativo cargo. Trattandosi di un carico ad elevato indice di pericolosità, bisognerà salvaguardarlo in caso di problemi nella fase di lancio.

Nel rapporto redatto da David Scott, in qualità di presidente dell’omonima fondazione per lo spazio con sede in Inghilterra, il rischio di fallimento viene indicato estremamente basso. D’altronde i più affidabili sistemi di lancio attualmente utilizzati hanno raggiunto un’efficienza nell’ordine del 96%, tenuto conto che nei fallimenti vengono conteggiati anche i cali di pressione ai serbatoi tali da ridurre la spinta e comportare il mancato raggiungimento della quota prevista in orbita. L’ex astronauta, protagonista dell’epopea lunare, ha raccolto consenso e interesse da parte dei 110 scienziati riuniti a Erice. Il problema delle scorie radioattive è un’emergenza di cui si parla ormai dagli Anni ’70 e minaccia di crescere con la costante crescita del fabbisogno di energia e del conseguente funzionamento delle centrali basate sul processo di fissione nucleare che produce l’isotopo plutonio 239 come materiale di scarto.

Per liberarsene i governi mondiali devono produrre uno sforzo economico ingente. Le risorse necessarie per avviare un progetto spaziale dovrebbero scaturire da un fondo internazionale comune per non incidere sulla bolletta dell’energia prodotta attraverso la tecnologia nucleare. Scott fuga ogni dubbio anche sull’obiettivo delle missioni, che scaricherebbero nel Sole le scorie senza comportare rischi per la nostra stella. Sarebbe come aggiungere una pagliuzza ad un gigantesco covone. Più che un bombardamento si tratterebbe di alimentare con un minuscolo cerino il fuoco nucleare del Sole.

La situazione in Europa dei rifiuti radioattivi
Lo sviluppo di strategie e soluzioni per la gestione a lungo termine dei rifiuti radioattivi è una necessità per tutti i Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari. La dimensione del problema, in termini di volume, concentrazione di radioattività, e diversità di stato fisico e chimico dei rifiuti radioattivi dipende dal maggiore o minore sviluppo del programma nucleare in un determinato Paese. In questa sezione vengono illustrate le situazioni dei Paesi dell’Unione Europea maggiormente impegnati in attività nucleari.

Elenco dei Paesi dell’Unione Europea maggiormente impegnati in attività nucleari:

1. Francia
2. Gran Bretagna
3. Germania
4. Spagna
5. Belgio
6. Paesi Bassi
7. Svizzera
8. Svezia
9. Finlandia

Francia
La Francia è il maggiore produttore di energia nucleare dell’Unione Europea; EdF gestisce 58 reattori PWR con una capacità di 63 GWe. Due reattori veloci sono adibiti principalmente a scopi di ricerca e nel luglio 1997 è stata decisa la chiusura definitiva di uno di essi. La produzione annua nazionale di energia elettrica nucleare è di circa 370 TWh, ossia circa il 76% dell’intera produzione di elettricità francese. Circa il 20% dell’elettricità prodotta nel 1995 è stato esportato.

Gran Bretagna
Nel Regno Unito sono in funzione 35 centrali nucleari (20 reattori Magnox, 14 AGR ed un PWR). La capacità totale è di 12.9 GWe, con una quota di ca. il 28% (1998) sulla produzione nazionale di elettricità.

Germania
L’attuale parco di reattori nucleari, comprendente 19 reattori ad acqua leggera con una capacità installata di 21.1 GWe, copre il 31% circa del consumo di elettricità. Nel Giugno 2000, il Governo Federale ha concluso un accordo con le industrie nucleari per la graduale uscita della Germania dall’energia nucleare. L’accordo prevede la chiusura delle centrali ad una prefissata produzione globale di elettricità e, comunque, un tempo di vita non superiore ai 32 anni.

Spagna
Nel paese esistono 9 centrali nucleari (7 PWR e 2 BWR) con una capacità di 7.5 GWe, che fornisce il 30% circa della produzione nazionale di elettricità.

Belgio
Le centrali elettronucleari in funzione sono 7 (su due siti). La capacità di produzione da energia nucleare è di 5.7 Gwe. (percentuale rispetto al totale di elettricità prodotta:  ca. 58%).

Paesi Bassi
Dalla metà del 1997 è in funzione soltanto una centrale nucleare. L’impianto a Borssele è un PWR con una capacità di 500 MWe. La centrale produce il 4% ca. della produzione di energia elettrica. Leggi e Organismi La Legge di riferimento é il Nuclear Energy Act N°62 (21 febbraio 1963).Nel 1982 é stata istituita con apposita legge la Società COVRA, organizzazione di tipo privatistico responsabile della gestione di tutti i rifiuti radioattivi prodotti in Olanda.

Svezia
La Svezia ha una capacità di energia nucleare installata di 10 GWe con 9 BWR e 3 PWR che forniscono il 50% dell’elettricità del paese. Dopo un referendum nel 1980, il Parlamento ha deciso di eliminare gradualmente l’energia nucleare, al più tardi entro il 2010. La maggior parte degli elementi di combustibile per i reattori svedesi è fabbricata dalla ABB Atom a Vásteràs che esporta anche parte della sua produzione.

Finlandia
In Finlandia sono in funzione quattro reattori nucleari, due BWR a Olkiluoto e due PWR (VVER-440) a Loviisa che forniscono ca. il 30% dell’elettricità prodotta.

I depositi per lo smaltimento dei rifiuti nucleari nel mondo
Quando i rifiuti condizionati vengono depositati in un sistema di smaltimento definitivo, il loro isolamento dalla biosfera deve essere assicurato per tutto il periodo in cui dura la loro pericolosità. Tale isolamento viene realizzato tramite barriere di contenimento poste in serie, la cui funzione è di impedire la diffusione degli isotopi radioattivi verso l’esterno del deposito. La prima di queste barriere è costituita dallo stesso manufatto di condizionamento; barriere addizionali dovranno essere fornite dal deposito stesso, e saranno di tipo artificiale o naturale, o una combinazione delle due. La sicurezza del deposito sia nel breve che nel lungo periodo si basa quindi sull’affidabilità di queste barriere addizionali, la cui natura dipende dalla severità del contenimento richiesto e da quanto a lungo dovrà essere garantito.

Nel caso di rifiuti a bassa attività, che costituiscono circa il 95% dell’intera produzione, l’isolamento deve essere garantito al massimo per qualche secolo (trecento anni è il tempo che determina un abbattimento dei livelli di radiazione di circa mille volte dei radionuclidi a vita più lunga come il Cs-137 o lo Sr-90). Questo è un periodo durante il quale è certamente possibile assicurare la conservazione e la durata di barriere artificiali adeguatamente progettate e messe in opera, infatti, lo smaltimento dei rifiuti a bassa attività è già praticato industrialmente mediante la collocazione dei manufatti in strutture ingegneristiche di vario tipo, nella maggior parte dei casi realizzate in superficie, (trincee, silos, tumuli) costruite in calcestruzzo e con criteri che ne assicurano la conservazione in tutte le condizioni prevedibili.

Le unità di deposito, una volta riempite con i rifiuti condizionati e sigillate con opportuni accorgimenti, diventano nei sistemi più avanzati dei blocchi di calcestruzzo di grande stabilità meccanica e chimica. In tal modo tra il rifiuto radioattivo e l’ambiente esterno sono interposte almeno tre barriere di protezione altamente affidabili, la cui conservazione per qualche secolo non pone problemi di sorta. La sicurezza radiologica, e cioè l’efficienza delle barriere e dell’isolamento, è continuamente controllata da sistemi e reti di monitoraggio ambientali, estesi al deposito ed alle aree circostanti, e attivi per tutto il periodo di controllo istituzionale, al termine del quale il sito viene rilasciato senza restrizioni.

Oltre a ciò, i siti per la localizzazione di questi depositi vengono scelti sulla base di indagini geografiche che tengono conto di parametri generali e locali di idoneità, con l’obiettivo di conferire al sito stesso una difesa supplementare e di non favorire comunque la dispersione dei radionuclidi nell’ambiente anche dopo la fine del periodo di controllo istituzionale. Esistono casi in cui il sito ha caratteristiche tali da non richiedere barriere artificiali di contenimento particolarmente severe, com’è il caso dei siti desertici, caratterizzati da una quasi completa assenza di precipitazioni e di falde significative. Centri di deposito definitivi per rifiuti a bassa attività sono in funzione o in progetto in tutti i paesi che detengono rifiuti radioattivi di questo tipo.

I più moderni e avanzati si trovano in Francia, Spagna, Svezia, Giappone, Regno Unito, USA. Importanti progetti sono in stato di avanzato sviluppo in Germania, Svizzera, ed in alcuni paesi dell’Est europeo. Il primo deposito per rifiuti radioattivi fu realizzato nel 1944 ad Oak Ridge nel Tennessee. Si trattava di una trincea semplice riempita con rifiuti solidi non condizionati. Attualmente lo smaltimento viene effettuato in depositi superficiali realizzati con barriere artificiali più o meno complesse, o in cavità sotterranee. Oltre 100 depositi sono stati o sono operativi nei Paesi membri della IAEA e circa 50 sono in fase di progetto più o meno avanzato.

La tendenza generale, nei depositi attualmente in progetto o costruzione in paesi con climi non estremi, è quella di realizzare sistemi di contenimento della radioattività utilizzando le seguenti barriere: la matrice di condizionamento; l’eventuale materiale di riempimento (backfilling); le strutture in calcestruzzo delle unità di deposito; sistemi di raccolta e drenaggio delle acque; le difese naturali del sito. La maggior parte dei depositi realizzati nel mondo sono del tipo superficiale (near surface), caratterizzati da strutture di isolamento semplici o assenti del tutto o con strutture ingegneristiche di contenimento, come quelli francesi, spagnolo, giapponese, inglese. Depositi non superficiali per rifiuti a bassa attività sono realizzati o previsti in cavità artificiali (depositi scandinavi) o in miniere esistenti (soluzione proposta in Germania).

In alcuni paesi vengono presi in considerazione depositi geologici anche per i rifiuti a bassa attività, nel senso che per essi viene proposto il deposito insieme con quelli ad alta attività. Una statistica approssimata della tipologia di depositi (inclusi quelli in progetto o in studio) è la seguente: il 20% sono depositi superficiali con barriere semplici; il 70% sono depositi con barriere multiple realizzati in superficie; il 7% sono depositi in cavità sotterranee; il 3% sono depositi in formazioni geologiche profonde. I depositi superficiali con barriere semplificate sono costituiti da trincee generalmente scavate in formazioni sabbiose o argillose e localizzate in zone aride, ricoperte dopo la messa a dimora dei rifiuti da uno strato di materiale naturale e attrezzate di drenaggi semplificati (talora assenti nelle località desertiche). Esempi sono costituiti dai depositi di Vaalputs (Sud Africa), di Hanford (Nevada) e Barnwell (USA).

I depositi superficiali con barriere ingegneristiche multiple costituiscono le realizzazioni più recenti ed avanzate. Esempi sono costituiti dai centri di La Manche e Aube (Francia), di El Cabril (Spagna), di Rokkasho (Giappone). Il deposito britannico di Drigg, inizialmente avviato con trincee scavate non rivestite, è stato riadattato e prevede attualmente l’impiego di celle di deposito parzialmente interrate e rivestite in calcestruzzo, destinate ad essere sigillate con una copertura artificiale dopo il riempimento. I depositi francesi e spagnolo sono costituiti da celle in calcestruzzo fuori terra nelle quali i rifiuti condizionati vengono messi a dimora e successivamente protetti con barriere (backfilling) costituite da malta cementizia, e copertura in calcestruzzo.

In Giappone (sito di Rokkasho-mura) sono state realizzate celle in cemento concettualmente simili a quelle dei depositi francese e spagnolo, la cui principale caratteristica è la loro localizzazione in un sito umido e acquitrinoso, che ha richiesto una particolare e sofisticata difesa idrogeologica. Nei Paesi dell’Ex Unione Sovietica ed in altri dell’Est europeo, i depositi a bassa e media attività, sono stati costruiti negli anni ’60 e’70. I depositi sono stati realizzati con pareti in cemento armato a doppio strato ed interposizione di bitume. I casi più noti di depositi in cavità sotterranee sono costituiti dai depositi scandinavi, resi possibili ed anche preferibili a quelli superficiali dalla particolare geologia dell’intera area scandinava, giacente su formazioni affioranti di granito dotate di grande potenza e stabilità.

In Svezia il deposito di Forsmark per rifiuti a bassa e media attività costituisce la realizzazione più spettacolare del suo genere, essendo costituito da gallerie scavate alla profondità di 60 metri sotto il livello del mar Baltico, a circa un chilometro dalla costa, ed accessibili direttamente dalla terra ferma. In Finlandia è stato realizzato il deposito di Olkiluoto con un concetto simile a quello svedese. Un esempio di deposito in miniera è costituito dal progetto in corso da anni in Germania, che prevede di utilizzare la dimessa miniera di ferro di Konrad, nella Bassa Sassonia, caratterizzata da condizioni eccezionalmente anidre e da grande stabilità geologica e meccanica, il progetto incontra peraltro gravi difficoltà di tipo autorizzativo.

Per rifiuti a vita breve, i depositi in formazioni geologiche profonde sono estremamente rari, e presi in considerazione, come sopra richiamato, in quei paesi in cui è comunque prevista la realizzazione di un deposito geologico per i rifiuti ad alta attività, per le cospicue quantità detenute o previste di tale tipo di rifiuti (depositi tedesco e britannico, tuttora allo stadio di individuazione del sito). Un caso particolare è costituito dal deposito geologico in una miniera di sale di Morsleben (Germania), ereditato dalla ex Germania Orientale e chiuso nel 1998, concepito inizialmente per rifiuti a bassa e media attività. In Germania viene anche preso in considerazione attualmente lo smaltimento dei rifiuti a bassa attività nel futuro deposito geologico previsto per quelli ad alta attività. Fino al 1998 (quando cambiò governo) il sito considerato era quello del domo salino di Gorleben, in una formazione profonda delle Bassa Sassonia, studiato da diversi anni. Il nuovo governo ha rimesso in discussione il sito di Gorleben, peraltro dotato di ottime caratteristiche, così come intende fare per quello di Konrad.

Il costo per la la “messa in sicurezza”: conservazione e smaltimento definitivo del materiale radioattivo
Il costo per la conservazione delle scorie nucleari è enorme: secondo stime fatte nella seconda metà degli anni Novanta, solo per incapsulare e disporre in condizioni di sicurezza le scorie ad alto livello di radioattività, si dovranno spendere negli Stati uniti oltre 110 miliardi di dollari (al valore del 1996); in Canada 9,7 miliardi; in Francia e Germania rispettivamente oltre 7 e 5 miliardi. La soluzione del problema non è facile, data l’opposizione delle popolazioni allo stoccaggio delle scorie radioattive sul proprio territorio.

C’è chi propone un unico sito in cui stoccare tutte le scorie e chi, invece, propone di ripartirle in più siti. C’è anche chi propone di inviare le scorie più pericolose in qualche paese disponibile a tenerle, naturalmente dietro forte compenso. Tale ipotesi viene però respinta da altri, in base alla considerazione che ciò significherebbe esporre a rischio le popolazioni di questi paesi. C’è inoltre da tener conto del fatto che lo “smaltimento” delle scorie radioattive è divenuto un lucroso affare per società senza scrupoli, che si occupano di esportare le scorie nei paesi più poveri senza le necessarie misure di sicurezza o di collocarle in contenitori che vengono gettati sul fondo del mare, con gravi conseguenze ambientali e sanitarie.

Il problema, ancora irrisolto ed economicamente molto oneroso, è dove conservare in condizioni di sicurezza la crescente quantità di scorie radioattive prodotte dagli impianti nucleari, che restano altamente pericolose per secoli e millenni. Negli Stati uniti, è stato deciso nel febbraio 2002 di concentrare le scorie radioattive in un unico deposito sotterraneo, che sarà costruito sotto il Monte Yucca (Nevada meridionale, 160 km a nord-ovest di Las Vegas).

Nei suoi tunnel saranno conservate, in oltre 11000 contenitori, 70000 tonnellate di scorie radioattive (63000 provenienti da centrali elettronucleari e 7000 da impianti nucleari militari).Il costo e la complessità dell’operazione sono enormi. Solo per gli studi preliminari del terreno e il progetto sono stati spesi circa 7 miliardi di dollari; per la costruzione del deposito, si prevede una spesa di almeno 58 miliardi di dollari.

Si tratta poi di trasferirvi il materiale radioattivo, attualmente conservato in 131 depositi sotterranei distribuiti in 39 stati: per il trasporto occorreranno 4600 treni e autocarri che dovranno attraversare 44 stati. I critici del progetto, soprattutto rappresentanti dello stato del Nevada e ambientalisti, sostengono che, quando il deposito sarà ultimato (con tutta probabilità dopo il 2010), si sarà accumulata, al ritmo di circa 2300 tonnellate all’anno, una quantità tale di scorie radioattive da richiedere la costruzione di un altro deposito. Sostengono inoltre che, in base a studi scientifici effettuati da commissioni non-governative, sarà impossibile impedire a lungo termine infiltrazioni di acque sotterranee nel deposito.

La spesa per costruire (eventualmente) il bunker nucleare di Scanzano Jonico peserà sulla bolletta degli italiani per i prossimi 18 anni: si tratta di circa 100-110 euro per ogni utente, da pagare fino al 2021 attraverso un mini-prelievo sulle tariffe che servirà per finanziare la costruzione del deposito delle scorie ma anche i costi per il decommissioning e della messa in sicurezza delle quattro centrali chiuse nel 1987.

In tutto sono pochi centesimi di euro, lo scorso anno (cioè nel 2002 n.d.r.) erano 0,06 centesimi per kilowattora, ma la voce viene aggiornata periodicamente, al capitolo “Oneri generali di sistema”; tradotto in cifre, significa circa 5-6 euro per ogni utente, che diventano oltre 100 euro al termine del periodo previsto dalla legge. In realtà, questa sorta di “nuclear tax”, gli italiani la stanno già pagando da due anni e precisamente dal maggio del 2001, quando un decreto del governo Amato ha previsto questo prelievo, quantificando in oltre 3,3 miliardi di euro al 2021 i costi per mettere in sicurezza gli 80 mila metri cubi di scorie frutto dell’attività nucleare: smantellamento delle centrali, combustibile irraggiato, rifiuti da industrie e ospedali.

Fra il 2001 e il 2021, dunque alla voce “uscita dal nucleare” andranno oltre 3,3 miliardi di euro. La stima potrebbe però lievitare, per effetto di lavori aggiuntivi in corso d’opera, costringendo l’Autorità dell’Energia – che decide le tariffe elettriche – ad aumentare il prelievo per la messa in sicurezza del nucleare. Secondo le prime stime, il deposito da realizzare nella miniera di sale di Scanzano, dovrebbe costare sui 500 milioni di euro. Ma alcuni esperti paventano un costo fino a 1-2 miliardi per eseguire i lavori, il trasporto di materiali pericolosi ma anche i test e gli studi per valutare l’idoneità del sito. La “nuclear tax” versata attraverso le bollette, viene dalla Cassa Depositi e Prestiti “girata” alla Sogin, – la società ex Enel, oggi detenuta al 100% dal ministero dell’Economia – che deve gestire le operazioni di uscita dal nucleare. Sogin investe questi proventi in buoni del Tesoro, pronta a utilizzarli quanto serve.

Secondo fonti del settore, oggi sarebbero già disponibili circa 700 milioni di euro. Fondi che servono anche per il trasporto delle scorie più pericolose in Gran Bretagna, a Sellafield, dove si trova uno dei pochissimi impianti al mondo in grado di eseguire le delicatissime operazioni di trattamento del combustibile irraggiato. In aprile ha preso il via una maxi-operazione di trasferimento che durerà più di un anno e costa, per il solo trasporto Oltremanica, 15 milioni di euro cui si aggiunge quello del riprocessamento del materiale radioattivo.

In realtà, il “conto” per l’addio al nucleare sulle tasche degli italiani è già pesato per una cifra colossale, più del doppio dei 3,3 miliardi previsti nel 2001 che verranno pagati fino al 2021. Dal 1989, infatti, sempre sulle bollette elettriche, sono stati prelevati oltre 7,6 milioni di euro (in cifre rivalutate al 2003 si tratta di circa 9 miliardi e 523 milioni di euro) come rimborso all’Enel ma anche ad altre società fra cui l’Ansaldo, per il danno subito con la decisione di abbandonare il nucleare dopo il referendum del 1987. Si tratta dei cosiddetti “oneri nucleari” per compensare gli investimenti fatti, le infrastrutture, le commesse, il costo del combustibile, le turbine, inutilizzati dopo la “defenestrazione” dell’atomo. Come dire che la breve stagione del nucleare made in Italy e’ costata al paese – oltre a roventi e infinite polemiche – la cifra colossale di 11 miliardi di euro, poco meno della Finanziaria 2004.

Fonti internet:

http://www.zanichelli.it/scuola/geografia/dinucci/dic03a.htm
http://www.ecoage.it/scandalo-deposito-yucca-mountain.htm
http://www.enea.it/

 

 

 

X