L’infanzia di Mikhael Aivanhov

la storia di omraam mikhaël aïvanhov

L’infanzia di Omraam Mikhaël Aïvanhov

La mia nascita è avvenuta il 31 gennaio del 1900 in Macedonia, nel piccolissimo villaggio di Serbtzi della Baba Planina, meglio conosciuta come Montagna della Nonna, ai piedi del Monte Pelister, non lontano dalla frontiera greca. Sono nato prematuramente, verso l’ottavo mese, in una glaciale notte d’inverno, in una casa difficile da riscaldare, e inizialmente tutti credevano che non sarei sopravvissuto; e tuttavia, pare, non solo non piangevo, ma sorridevo… A quell’epoca, ovviamente, e soprattutto in uno sperduto angolo di montagna, non si trovavano, come ai giorni nostri, delle cliniche con tutto il necessario per i neonati prematuri.

Mi è rimasta una grande sensibilità al freddo, ma sono sopravvissuto, e più volte mia madre mi ha raccontato con quale gioia la nostra famiglia mi aveva accolto. Quando mi hanno battezzato, tutti gli astanti hanno intonato dei cantici e dopo la cerimonia, mio padre Ivan ha servito del vino a tutti i presenti, perfino il pope si è ubriacato! Lui assicurava che una cosa simile non gli era mai successa e ne concluse che non sarei stato un bambino come gli altri; pare addirittura che egli abbia fatto delle profezie su di me… Mia madre Dolia, mi ha anche rivelato che quando mi concepì, e per tutto il tempo che mi portò in grembo, il suo pensiero e il suo desiderio erano quelli di consacrarmi a Dio.

Consacrando un bambino al Signore, una madre, e naturalmente anche un padre, non fanno necessariamente di lui un essere eccezionale, ma imprimono in lui un marchio: incidono nella sua materia psichica dei solchi che attireranno più facilmente su quel figlio correnti di forze benefiche e faranno deviare le correnti nocive. La vera educazione di un bambino inizia prima della sua nascita. Ecco perché è molto prima della nascita del suo piccolo che la madre, mentre ancora lo porta in grembo, deve essere cosciente dell’influenza che esercita su di lui. Non basta che ami già quel figlio: occorre che impari a utilizzare le potenze dell’amore.

Pensando al suo bambino, la madre ha la possibilità di proiettare il suo amore fino alle regioni sublimi, e lì raccogliere gli elementi necessari allo sviluppo fisico e psichico del bimbo, e infonderli in lui. Nel villaggio della mia infanzia, si conduceva una vita durissima. I miei genitori erano poveri e poco istruiti, ma molto coraggiosi e di una grande moralità. Vedevo mio padre molto raramente, poiché per mantenere la nostra famiglia era dovuto andare a cercare lavoro altrove. Di tanto in tanto tornava, certo, ma per soggiorni brevissimi, poiché non poteva lasciare a lungo l’impresa di carbone che aveva messo in piedi in una foresta presso Varna, sulle rive del Mar Nero.

E Varna, soprattutto per l’epoca, era lontana dal nostro villaggio. In alcuni paesi poveri, gli uomini vanno a cercare lavoro all’estero, poiché rimanendo a casa non riuscirebbero a guadagnare denaro a sufficienza per nutrire la famiglia. Quegli uomini amano la propria famiglia e tuttavia la lasciano, e la lasciano proprio perché la amano: se non lo facessero, essa morirebbe di fame. Allora, perché l’essere umano non si reca anch’egli all’estero per guadagnare il denaro sufficiente a nutrire la sua famiglia? Qualcuno chiederà: «All’estero?… Ma per noi non è necessario!»

Lo so, ma “l’estero” di cui parlo qui è il mondo divino; è nel mondo divino che occorre recarsi ogni giorno tramite la preghiera e la meditazione, allo scopo di riportare dell’oro per quelli che si amano. Quell’oro è la purezza, l’armonia, la luce, la gioia… Perché non accettare almeno per un momento di lasciare la propria famiglia e í propri amici? Perché li si ama, si risponde solitamente! E invece No, non li si ama o li si ama male. Li si lascia morire di fame, perché si è incapaci di nutrire il loro cuore e la loro anima: quindi non è vero amore. Mio padre faceva il carbonaio, un mestiere che non era tenuto in grande considerazione, ma che tuttavia è colmo di significato essendo in relazione con il fuoco, il fuoco del sacrificio. Sacrificarsi equivale ad essere come un pezzo di legno morto che viene messo nel fuoco.

Prima di bruciare, quel pezzo di legno è scialbo, privo di utilità, ma non appena accetta di entrare nel fuoco per alimentarlo, diventa a sua volta fuoco, luce, calore, vita, bellezza. Essendo mio padre il più delle volte assente, chi mi ha educato è stata soprattutto mia madre. Ma lei era sempre molto occupata, tanto più che alla minima occasione era pronta a correre in aiuto di qualche parente o di qualche vicina che faceva appello a lei. Io la aiutavo un po’ in casa e nei campi, ma mia madre non mi chiedeva molto. Un giorno, naturalmente, dovetti incominciare ad andare a scuola. Se aveste visto quella scuola… Talmente povera!

Una specie di baracca di legno e paglia mista a fango, con le finestre dai vetri spesso rotti, per sostituire i quali ci si impiegava del tempo, e l’aria che passava da sotto la porta. Fin dall’inizio della stagione fredda, che giungeva presto in quella regione, tutti i giorni ogni bambino doveva portare almeno un ceppo per la stufa. Non vi dirò come funzionava quella stufa… e tutto il fumo che sprigionava. La sera, a turno, due o tre bambini dovevano rimanere dopo le lezioni per sistemare, spazzare e lavare. A quell’epoca, certi genitori accettavano ancora con difficoltà il fatto che i loro figli andavano a scuola. Avrebbero preferito che lavorassero in casa o nei campi e che si occupassero degli animali. Così, quando la sera rientravano a casa — ma anche durante le vacanze — i bambini dovevano svolgere lavori di ogni genere.

La necessità di partecipare alla vita collettiva aveva il vantaggio che ogni bambino prendeva coscienza molto presto di far parte di una comunità. Niente o quasi proteggeva gli abitanti del villaggio dai capricci della natura, e nessuno poteva pensare alla propria sicurezza e al proprio benessere senza pensare alla sicurezza e al benessere di tutti: si era obbligati ad aiutarsi a vicenda. Se, più avanti, ho sempre tenuto in considerazione il lavoro e gli sforzi fisici, lo devo anche agli anni trascorsi nel nostro villaggio, come pure agli esempi che ho avuto intorno a me. Come erano coraggiose quelle persone! Vivevo circondato dall’affetto in un’atmosfera calorosa, ma avevo sempre freddo ed ero molto spesso abitato da una tristezza indefinibile. Mi ricordo che non giocavo con gli altri bambini; li osservavo da lontano, non mi univo ai loro girotondi, non cantavo con loro e, senza una ragione apparente, ero invaso all’improvviso da una disperazione impossibile da superare.

Più tardi ho imparato a neutralizzare questi stati, ma è stato molto difficile. Ho dovuto lottare talmente tanto che non so più molto bene cosa predomini ora in me, se l’allegria o la tristezza. Senza dubbio nessuna delle due. Diciamo che la tristezza e la serietà sono per me, mentre la gioia e l’allegria sono per gli altri. Ma anche se all’epoca ero un bambino piuttosto timido, triste e solitario, facevo delle sciocchezze come ne fanno tutti i bambini: disobbedivo a mia madre, litigavo con i ragazzi del villaggio, andavo a rubare la frutta nel giardino dei vicini e, non essendo cosciente dei pericoli che questo comportava, provavo soprattutto piacere nell’accendere un fuoco ovunque vedessi qualcosa da bruciare. Allora, ovviamente, mia madre doveva correggermi, però non andava mai in collera e non mi picchiava mai.

Mi diceva: «Ecco cosa succederà se fai questo… ed ecco cosa succederà se fai quest’altro… Ora sta a te scegliere!» Tuttavia, anche se non capivo cosa fossero il bene, il male e l’eternità, l’amore che mia madre metteva nelle sue parole mi toccava così profondamente che spesso gli occhi mi si riempivano di lacrime. Ma ero troppo fiero per mostrare a mia madre quanto fossi commosso. Ho conservato anche molti bellissimi ricordi di mia nonna Astra. Era una persona eccezionale. Levatrice, era stata anche riconosciuta come una delle più grandi guaritrici della regione. Grazie alla conoscenza delle proprietà curative delle piante, ella riusciva a guarire malati affetti dai più vari disturbi.

Le sue conoscenze includevano molti segreti e ricette della medicina antica, specialmente le proprietà delle erbe aromatiche, il magnetismo benefico di certi luoghi della terra, gli effetti della luce del sole e perfino l’influenza delle stelle sull’essere umano. Quando i vicini mi sorprendevano a cogliere la frutta dai loro alberi e mi cacciavano via da un giardino all’altro, era da lei che andavo a rifugiarmi. La nonna naturalmente non incoraggiava i miei furtarelli, ma mi proteggeva, mi consolava. Ecco perché, da allora, una nonna è sempre rimasta per me colei che consola i suoi nipotini dopo che i genitori li hanno puniti. «Vieni, piccolo mio — diceva — mangia questa mela». Da una nonna, ci sono sempre delle mele per consolare il nipotino. La nonna abbraccia il bambino che piange e lo rassicura… Non dimenticherò mai mia nonna, e voglio imitarla.

Quando vedo che le entità del mondo invisibile danno una strigliata all’umanità, lascio che le persone si rifugino da questa “nonna”, ossia l’insegnamento. Grazie ad esso anch’io ho sempre in serbo delle mele, dei fichi, delle prugne o delle nocciole da dare agli esseri umani che sono stati un po’ birichini. La vita non è crudele, ma è giusta, e per ogni errore che si commette, infligge una sanzione. Ad ogni modo, l’uomo non sa qual è l’errore che ha commesso e la vita non dà spiegazioni. È possibile quindi soffrire per anni senza capire il perché. Io, invece, passo il mio tempo a spiegare cosa occorre fare per non esporsi a ricevere dei colpi. Sì, sono come una nonna che cerca di addolcire le prove dei suoi nipotini. Sono stato un bambino molto complesso, apparentemente ritardato.

È difficile pronunciarsi su quello che sarà lo sviluppo di certi bambini che all’inizio sembrano mentalmente in ritardo per la loro età. I periodi durante i quali lo spirito riesce ad entrare in quella dimora che rappresenta per lui un corpo fisico, variano secondo gli esseri. Vi sono genitori che si preoccupano vedendo i propri figli lenti nel comprendere, sognatori, assenti, soprattutto se a scuola non ottengono buoni risultati. Tuttavia, prima della fine dell’adolescenza non ci si può pronunciare con certezza sullo sviluppo di un bambino, poiché può capitare che all’improvviso qualcosa si sblocchi e il bambino recuperi il suo ritardo. Tuttavia, fino all’età di otto anni, vivevo fra le nuvole e fluttuavo come fuori dal mio corpo. In apparenza ero addormentato, non accadeva nulla, ma interiormente accadevano molte cose: il mondo invisibile si rivelava a me con gli esseri che lo popolano, non solo le entità angeliche, ma anche gli spiriti della Natura.

Più tardi, mia madre mi raccontò che mi capitava di annunciare alcuni avvenimenti che avrebbero avuto luogo, e tutti erano stupefatti, ma di questo non ho conservato alcun ricordo. Non so bene che effetto dovessi fare sugli abitanti del mio villaggio, ma nonostante le sciocchezze che a volte potevo commettere, sentivo che mi guardavano in un modo speciale e che mi amavano molto. Credo di avere trascorso una parte della mia infanzia un po’ fuori dal mio corpo, in una specie di sogno ad occhi aperti. A scuola non ero molto attento, ma ecco che un giorno accadde qualcosa di strano. Il maestro ci aveva letto il racconto della creazione del mondo dal Libro della Genesi: «In principio, Dio creò il cielo e la terra…» e tutto ad un tratto, fu per me come una rivelazione. Dovevo avere sei anni, non di più, e capivo appena quello che si stava dicendo, ma ogni parola si impresse in me all’istante e così in profondità che imparai quel testo a memoria quasi immediatamente.

L’insegnante, i miei genitori… tutti erano stupiti. E con quale Fierezza ripetevo davanti a loro quel che Dio ha fatto il primo giorno, il secondo giorno, il terzo giorno… Cos’era accaduto perché all’improvviso riuscissi a ricordare così facilmente quel testo? In seguito, fu l’episodio del Diluvio a impressionarmi: la scomparsa della terra sotto le acque, Noè che si rifugiava nell’arca con la sua famiglia e una coppia di ogni specie animale. Ma è stato comunque il racconto della creazione del mondo a suscitare in me l’impressione più forte. Ora, non lo so più a memoria, da molto tempo tutto si è cancellato, ma quel racconto ha continuato a farmi pensare: l’ho studiato e meditato a lungo… Si direbbe che nell’infanzia si verifichino alcuni brevi momenti di illuminazione, e quello che si è vissuto allora ritorna molto più tardi sotto un’altra forma.

Allo stesso modo, è nelle tendenze e nei gusti manifestati quando si è giovanissimi che si deve cercare quello che sarà il destino di ciascuno. Nessuno viene sulla terra con una cognizione chiara di ciò che è, di ciò che viene a fare e perché. Per molto tempo, anche per me niente è stato chiaro. Incarnarsi equivale a una caduta nella materia, e la materia è una potenza che ghermisce l’anima fino al punto di toglierle la memoria. Si sa che gli antichi Greci si raffiguravano l’aldilà come una terra attraversata da vari fiumi, fra i quali il Lete — parola che significa “Oblio”. Gli antichi credevano che dopo la morte le anime bevessero l’acqua del fiume Lete per dimenticare gli avvenimenti della loro vita terrena; e bevevano ancora di quelle acque al momento di incarnarsi. Si ritrova un’eco di questa credenza in uno dei libri di Platone, La Repubblica, in cui si spiega che il destino di un’anima che viene ad incarnarsi è determinato da ciò che l’anima stessa ha vissuto nelle sue esistenze anteriori.

Prima di ridiscendere, essa è a conoscenza di ciò che la attende, sia perché questo le viene imposto, sia perché ha avuto la possibilità di scegliere; ma nell’istante in cui scende, questa conoscenza le viene tolta, poiché anche allora l’anima deve bere l’acqua del Lete, e così dimentica tutto. È ovvio che si tratta semplicemente di un modo fantasioso di presentare le cose, ma la realtà è questa: l’anima che si incarna inizialmente non sa nulla del destino che la attende; quel destino rimane infatti nascosto anche per le anime più evolute. Tuttavia, a poco a poco esse si ricordano, ed è questo che le differenzia da altre anime che sono condannate a ignorare sempre come e perché si trovino sulla terra e cosa siano venute a fare. Sì, contrariamente a quello che alcuni affermano, nessuno nasce con una chiara consapevolezza della propria predestinazione.

Certo, sin da giovanissimi ci si può sentire attratti in una determinata direzione, ma tutto rimane abbastanza vago. Occorrono anni e anni di ricerche, di studi e anche di sofferenze, prima di conoscere la propria vera vocazione. È stato dunque dopo molti anni e dopo parecchie prove che ho capito come si rivela il senso di un destino, e vorrei che ciò che ho compreso possa servire agli altri, affinché possano risolvere meglio i problemi che ogni giorno si presentano. Quanti impedimenti, quante difficoltà incontriamo, la cui sola ragione d’essere è quella di obbligarci a intraprendere l’unico cammino che ci consentirà di portare a termine la nostra predestinazione di figli e figlie di Dio! Una grande saggezza presiede a tutti i destini, e occorre accettare questa verità per non aggravare le proprie sofferenze.

L’Intelligenza cosmica non ha mai l’intenzione di annientarci, ma con quello che ci dona — e anche con quello di cui ci priva — ci mette in situazioni tali per cui siamo costretti ad esprimere e a dare il meglio di noi stessi. Non vedendo sbocchi all’esterno, ho dovuto cercare in me stesso e lavorare senza tregua attraverso il pensiero, l’immaginazione e la volontà. Ora lo so: tutto quello che sono riuscito ad ottenere in seguito, ciò che sono diventato, lo devo a quelle limitazioni, a quelle privazioni che mi sono state imposte. Per ogni essere, il destino ha un linguaggio speciale che ciascuno deve sforzarsi di interpretare. Ogni impedimento, ogni ostacolo che ho incontrato mi ha obbligato a cercare nel mondo dell’anima e dello spirito ciò di cui avevo bisogno. Ed ora, tutto quello che ho scoperto, desidero donarlo ai miei fratelli.

Dopo tanti anni, ho compreso che le condizioni esteriori non sono determinanti. O più esattamente, sono determinanti solo nel senso in cui ci obbligano a lavorare su noi stessi. Quando non si può avanzare e non si vuole indietreggiare, non rimane che calarsi dentro se stessi, come fa il pescatore di perle che si tuffa nelle profondità dell’oceano. Oppure, ci si deve lanciare molto lontano, molto in alto, fino a raggiungere le stelle. Ora posso dirlo: grazie a tutti gli ostacoli che ho incontrato, ho pescato molte perle e mi sono lanciato fino alle stelle. Non ci si deve rassegnare alla povertà, non ci si deve rassegnare alle privazioni, non ci si deve lasciar paralizzare dalle difficoltà, ma semplicemente sentire tutto questo come un pungolo necessario per andare alla ricerca delle vere ricchezze.

Quando ci rifletto adesso, penso che le condizioni così dure che mi sono state imposte siano state le più favorevoli alla formazione del mio carattere. Non potevo trarre il minimo senso di superiorità dalla posizione sociale della mia famiglia. Stava a me compiere degli sforzi per poter provare a me stesso di cosa fossi capace. Adesso so chiaramente per quale ragione ho avuto quell’infanzia. Le vie del destino sono sempre misteriose. Contrariamente alle apparenze, esse mi avevano messo nelle condizioni migliori. Ma cosa si sa da bambini delle vie del destino? E soprattutto, come avrei potuto sapere allora che prima di scendere ed incarnarmi avevo accettato io stesso quelle condizioni? Si, perché ora lo so. Le avevo accettate.

A cura di Andrea Diletti (Pubblicato nella rivista “Quarta Dimensione” n. 2/2014)

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