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La compassione di Edgar Cayce

La compassione: un modo di vedere e di conoscere
Una favola ebraica, inclusa nella raccolta “Stories for Telling” di William R. White, racconta la storia di una vedova afflitta perché il suo unico figlio era morto in un tragico incidente. Straziata dal dolore, la donna si recò da un sant’uomo per potersi servire della sua magia. “Per favore, riporta in vita mio figlio”, implorò. “Sono sicura che hai il potere di convincere l’Onnipotente a guarire il mio cuore spezzato”.

Il saggio rimase seduto in silenzio per un po’, poi disse con gentilezza: “Portami un seme di senape da una casa che non ha mai conosciuto il dolore. Userò quel seme per guarire la tua angoscia”.

Rincuorata dalla promessa, la vedova si mise immediatamente in cerca. Andò prima nella casa più ricca del villaggio. Certo i dispiaceri della vita non avranno sfiorato questa casa, pensò. Quando una donna venne ad aprire la porta, la vedova dichiarò: “Sono alla ricerca di una casa che non abbia mai conosciuto il dolore. Sono arrivata nel posto giusto?”.

L’ospite la fissò con uno sguardo tormentato e infine scoppiò in lacrime: “Siete venuta nella casa sbagliata!”. Dopo aver fatto entrare la vedova, le descrisse nei particolari tutte le tragedie che avevano colpito la sua famiglia, la vedova rimase alcuni giorni con la donna, confortandola e consolandola.

Allontanatasi da quella casa, la vedova continuò nella ricerca, ma dovunque andasse, dalle tenute alle baracche, trovò esistenze tormentate dalla pena e dal dolore. Le storie che udì e le persone che incontrò le toccarono il cuore. Ascoltò sempre con pietà e comprensione e fece il possibile per alleviare la loro angoscia. Col tempo, dimenticò del tutto la ricerca del magico seme di senape. La ferita che aveva nel cuore era stata guarita dalla compassione.

Che cos’è la compassione? La vedova guarì dall’angoscia grazie al miracolo della compassione. Ma che cos’è la compassione? Letteralmente significa “soffrire con”. Provare compassione vuoI dire condividere i sentimenti di altre persone e desiderare di aiutarle. L’individuo compassionevole ha un cuore tenero, gentile, pietoso. Chi non prova compassione ha il cuore duro, il cuore di pietra, o non ha affatto cuore!
Spingendoci oltre possiamo dire che la compassione è una modalità della percezione, un percorso della conoscenza autentica.

L’epistemologia (la scienza che si occupa del modo di ottenere la conoscenza) presente nelle letture di Cayce prevede che siano la testa e il cuore a fungere da veicoli di conoscenza. Per riconoscere il valore di un’idea simile abbiamo bisogno di vedere noi stessi con altri occhi. Sappiamo bene come il pensiero attento e sistematico porti alla scoperta e all’intuizione, ma di solito i sentimenti vengono considerati soggettivi e personali. 

Quando si tratta di comprendere il mondo circostante in modo oggettivo, la cultura contemporanea affronta il problema ignorando l’aspetto del sentimento. Cayce e altre fonti ci sfidano a usare i sentimenti, soprattutto la compassione e l’amore, come strumenti attraverso cui ricevere informazioni affidabili su noi stessi e sugli altri.

Edgar Cayce fu un uomo compassionevole. Appare evidente soprattutto nella parte mai pubblicata della sua eredità: l’esteso carteggio. Pur offuscate dalle straordinarie conversazioni medianiche, le sue lettere recano l’impronta di un uomo che si preoccupò intensamente per le lotte e le sofferenze altrui.

Sarebbe facile pensare a Cayce come al “grande medium”, distante ed emotivamente distaccato da coloro che ne cercavano l’aiuto. L’immagine è particolarmente allettante se si pensa che egli non incontrò mai la maggior parte delle persone che ottennero una lettura; le richieste erano, per lo più, inoltrate per posta e la controparte riceveva una trascrizione della lettura. Ma se Cayce non fu in grado di incontrare tutte le persone che gli chiesero aiuto, poté però scrivere loro; ciò che ne resta è l’ampia raccolta delle lettere inviate. 

In un’epoca in cui le telefonate interurbane erano una rarità, la comunicazione tra amici avveniva spesso per mezzo di lettere attentamente meditate. Forse un giorno il carteggio di Cayce verrà pubblicato, così come lo è stato quello di Jung e di altre figure significative. Renderà più equilibrata l’immagine di Edgar Cayce: uno straordinario pensatore e un individuo dall’intuizione notevole e dalle straordinarie capacità medianiche, ma anche, cosa altrettanto importante, un uomo pietoso e compassionevole.

Storia della compassione
Esaminate qualsiasi cultura e scoprirete che la compassione è sempre stata considerata una virtù di primo piano. Anche negli antichi scritti cuneiformi dei sumeri e nei geroglifici degli egiziani è presente l’idea che tra il buon governo e la compassione esista un nesso.

Nel terzo millennio a.C., il re sumero Ur-Nammu si preoccupò che “l’orfano non diventasse preda dei ricchi, che la vedova non diventasse preda dei potenti e che l’uomo che possedeva uno shekel (l’unità di misura della moneta) non diventasse preda dell’uomo che possedeva sessanta shekel”. l faraoni dell’antico Egitto pensavano di venire sottoposti a giudizio al momento della morte. Il Libro dei morti insegnava loro come affrontare il passaggio alla vita oltremondana. 

Tra le altre cose, dovevano dichiarare: “Non permetto al padrone di nuocere al servo. Non sono causa della carestia. Non sono causa dello spargimento di lacrime. Non sono un adultero. Non sono un assassino. Non impartisco l’ordine di uccidere. Non procuro sofferenza agli uomini”.

La vera compassione è, ovviamente, tutt’altro dall’osservanza delle regole e delle leggi: è una condizione del cuore. Ma la promulgazione di leggi simili rivela una sensibilità ai sentimenti e ai bisogni degli altri. Tali leggi dimostrano un desiderio sincero di migliorare le condizioni degli esseri umani. Le leggi della giustizia nascono dalla compassione.

La Bibbia contiene quasi un centinaio di riferimenti alla compassione. Alcuni sono dichiarazioni dell’interesse che Dio nutre nei nostri confronti; altri ci insegnano a provare compassione gli uni verso gli altri. Per esempio, Zaccaria (7, 9) dichiara: “Ecco ciò che dice il Signore degli eserciti: praticate la giustizia e la fedeltà; esercitate la misericordia, ciascuno col suo prossimo”. La Lettera ai Colossesi, contenuta nel Nuovo Testamento, rivolge lo stesso appello (3, 12):“Rivestitevi dunque … di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza, di pazienza”. 

Anche molte religioni orientali affermano l’importanza della compassione. Ottenuta l’illuminazione completa, sotto l’albero del Bodhi, il Buddha riemerse dal suo viaggio interiore con una visione nuova. Sapeva che tutta la sofferenza deriva dall’egoismo e che il suo antidoto è la compassione. Il buddhismo si divide in due grandi scuole. La più antica delle due, il Theravada, richiede ai suoi adepti di condurre una vita ascetica. 

In questa branca, il Buddha storico mantiene una posizione centrale e si dà rilievo alla psicologia della salvezza personale. Il suo ideale è l’Arhat, “colui che è meritevole”, l’essere che ha ottenuto la beatitudine del nirvana grazie allo sradicamento del kanna. Al contrario, la scuola Mahayana concede ai suoi seguaci più devoti di mantenere, almeno relativamente, il loro ruolo nella società. Il Buddha storico è profondamente venerato, ma è considerato un’ incarnazione del Buddha eterno, cosmico.

L’ideale del buddhismo Mahayana è il bodhisattva, colui che ottiene l’illuminazione completa ma sceglie di rimandare, per il bene altrui, la meritata transizione verso il nirvana. Il bodhisattva rimane legato all’ esperienza terrena grazie alla propria compassione, e continua a operare affinché ogni essere senziente ottenga l’illuminazione. 

Gesù espresse lo stesso desiderio, parlando della morte imminente: “Ed io, quando sarò stato innalzato da terra, trarrò a me tutti gli uomini” (Giovanni 12, 32). Di fatto, molti teologi cristiani considerano la crocifissione un gesto divino di compassione inteso a risvegliare la stessa qualità nel cuore umano. La filosofia e la psicologia di Cayce hanno molto più in comune con la scuola Mahayana che con il Theravada. 

Cayce incoraggiava spesso le persone a impegnarsi nelle sfide esistenziali tradizionali, sostenendo che il lavoro spirituale dovrebbe farei migliorare come mariti, mogli, figli, lavoratori e così via. Il suo approccio antepone iI servizio verso gli altri all’illuminazione personale. Anche se le sue trascrizioni mostrano il rispetto più sincero per il Gesù storico, è il Cristo cosmico a emergere come il più significativo.

La compassione si impara tramite l’esperienza
La compassione è una qualità straordinaria, ma come se ne viene in possesso? Come si fa a sapere quando la si possiede e come si fa a mantenerla? Tutte le culture attribuiscono grande valore a tale caratteristica (almeno per quanto riguarda i loro membri); perciò, storicamente, hanno cercato di darle un’esistenza giuridica. 

Ci provarono i sumeri, gli egizi ani, gli ebrei e innumerevoli altre società. In tempi più recenti, la legislazione del 1960 per i diritti civili si sforzò di trasformare la compassione in decreto. Il problema è che la vera compassione non può essere un atto politico. Si possono scrivere le leggi, imporre un comportamento, ma nessuno ha trovato il modo per fare un’ingiunzione al cuore umano.

Di conseguenza, la compassione, perla della religione e fiore della cultura, può essere coltivata solo per desiderio personale. Che cos’ è che attizza la fiamma di tale desiderio? Che cos’è che spinge le persone a sensibilizzare i loro cuori sulle gioie e le sofferenze altrui? 

Uno dei modi per aprire il proprio cuore è ricevere da qualcun altro un atto compassionevole. Riuscite a ricordare la parola gentile che vi è stata detta quando ne avevate più bisogno? Poche cose nella vita sono altrettanto potenti. Un uomo fu profondamente influenzato da un’esperienza che fece in gioventù. Aveva avuto una storia d’amore molto coinvolgente con una compagna di università, ma la relazione aveva preso una brutta piega.

Dopo la laurea, la ragazza era andata a fare un lavoro estivo in una città a nord di quella in cui viveva il ragazzo, e per raggiungerla occorrevano sei ore. Nel disperato tentativo di salvare il rapporto, il ragazzo aveva preso in prestito l’automobile dei genitori, aveva salutato loro e il fratello e si era diretto a nord pieno di speranze. Seguirono tre giorni di tormento, dopodiché dovette ammettere con se stesso che i suoi tentativi erano inutili: il suo ex amore non era più interessato a lui. Sconcertato e solo, ritornò a casa dai genitori. 

Arrivò a tarda notte, ma trovò il fratello sveglio che guardava un film alla TV. Sulle prime il fratello fu sorpreso di vederlo, ma capì immediatamente la situazione. Avrebbe potuto dire mille cose, fare mille battute, ma mantenne un silenzio compassionevole. Si limitò a offrire al viaggiatore una bibita e lo invitò a guardare insieme la TV. Lo studente malato d’amore non dimenticò mai quel momento. Gli aveva riempito il cuore di gratitudine. Guidando verso casa, si era sentito solo e non amato, ma aveva trovato amore e compagnia nella presenza familiare del fratello.

Ricordate senz’altro un momento in cui avete ricevuto la compassione di qualcuno. Quei momenti impartiscono lezioni fondamentali, perché possiamo riportarli alla memoria e suscitare, per loro tramite, l’attenzione nei confronti degli altri. È così che la gratitudine ammorbidisce il cuore e lo rende sensibile verso chi ci sta intorno. La compassione si risveglia anche tramite la sofferenza. Nella parabola con cui abbiamo aperto il capitolo, la vedova era sopraffatta dall’angoscia. Fu il suo dolore a spingerla a venire a contatto con le sofferenze altrui. Spesso il dolore viene sanato quando lo si compiange con chi patisce le stesse ferite.

Un esempio recente del potere di trasformazione di cui abbiamo parlato, lo troviamo in una delle conseguenze dell’impegno militare dell’Unione Sovietica nella guerra civile afgana. Da molti punti di vista, l’Afghanistan è stato il Vietnam sovietico. Molti giovani soldati tornarono dai combattimenti con gli stessi traumi fisici ed emotivi che avevano afflitto i giovani americani di ritorno dal Vietnam. Poco tempo fa, un certo numero di veterani del Vietnam sentirono l’impulso di recarsi in Unione Sovietica per dare consigli ai soldati distrutti nel fisico e demoralizzati nello spirito. Molti di loro subirono una guarigione profonda nell’offrirsi in modo compassionevole ai colleghi sovietici.

Accostarci a chi soffre è il tema affrontato da tre teologi cattolici in un libro formidabile intitolato “Compassion: A Rejection on the Christian Life”. Il breve volume è destinato a mettere a disagio qualsiasi lettore, dal momento che i suoi autori, Donald McNeill, Douglas Morrison ed Henri Nouwen, ci sfidano ad andare oltre a una generica gentilezza d’animo e a una sensibilità pietosa, e a entrare, in modo compassionevole, nel dolore altrui. l tre uomini, che hanno cercato di vivere personalmente ciò che predicano, ammettono che il richiamo alla compassione autentica si scontra con un’intima protesta e con una certa resistenza.

In una società che quasi venera il benessere, chi mai può aver voglia di soffrire volontariamente insieme agli altri? Gli autori sottolineano che la compassione ci chiede di essere deboli con i deboli, vulnerabili con chi è vulnerabile e impotente con chi è impotente, un’immagine che ci richiama alla mente la descrizione del Cristo, data da Cayce, di uno che ha riso con chi ride e pianto con chi piange. 

Tuttavia, nell’ottica di molti adepti della New Age, ossessionati come sono dalla realizzazione personale e dallo sviluppo individuale, questo elemento presente nella filosofia esistenziale di Cayce va facilmente perduto. “Soffrire è un brutto affare”, sembra che dicano, “e, a ogni buon conto, speriamo che sia un’illusione”, tuttavia, la nostra spiritualità non è autentica se non ci occupiamo apertamente e direttamente l’uno dell’altro nella nostra incompletezza.

È una legge spirituale inevitabile per ogni vero cristiano che legge la Bibbia, ma non vuole sentire quel che hanno da dire i tre teologi. Ed è altrettanto vero per chiunque studi le trascrizioni di Cayce e speri di ottenere un’illuminazione personale. Trascurare questo punto significa perdere una delle chiavi fondamentali per la costruzione di un futuro positivo. Possiamo anche pensare che la compassione sia gravosa, un dovere oneroso per chi vuole percorrere il sentiero spirituale; ma, paradossalmente, scopriremo che la compassione è una gioia e che quando ci carichiamo del dolore altrui, ci liberiamo del nostro.

Psicologia della compassione
Alcuni individui sono allevati nell’amore, eppure pensano solo a se stessi. Altri soffrono per tutta la vita continuando a non curarsi degli altri. Possiamo non comprendere il perché, ma possiamo osservare il come. G.l. Gurdjieff, insegnante di evoluzione spirituale e contemporaneo di Edgar Cayce, sostenne che esiste una psicologia dell’attenzione verso gli altri. Secondo Gurdjieff, la maggior parte delle persone vive una vita spiritualmente inconsapevole. Crediamo di sapere cosa stiamo facendo e chi siamo, ma di fatto ci inganniamo.

Fino a che ci dibattiamo all’ombra delle illusioni che abbiamo imposto a noi stessi, reagiremo agli altri in modo assai egoistico, sentendoci spesso non apprezzati e fraintesi. Gurdjieff attribuisce a tale schema il nome di “osservazione interna”, perché l’attenzione è rivolta su se stessi.

È facile notare in noi stessi una simile inclinazione non compassionevole. Uno dei suoi tratti caratteristici è la tendenza a registrare mentalmente gli episodi in cui siamo stati maltrattati. Gurdjieff chiamò questo procedimento del pensiero ‘contabilità interna’.

 Al centro di questo ostacolo alla compassione c’è la preoccupazione di essere imbrogliati, maltrattati e disprezzati. Siamo vittime del mormorio di una voce interiore: “Mi ricorderò di come mi hai snobbato, sei in debito con me per questo”. In una condizione mentale così egocentrica, non c’è spazio per la compassione. Gurdjieff sottolineò che l’osservazione interna è la condizione automatica di una vita inconsapevole. In altre parole, è il modo in cui si comportano quasi tutti per la maggior parte del tempo.

Al contrario, l’osservazione esterna richiede che ci sforziamo costantemente di rimanere spiritualmente consapevoli. Per provare compassione e agire di conseguenza, dobbiamo essere capaci di vedere noi stessi negli altri e gli altri in noi. Si tratta, fondamentalmente, dell’esperienza dell’unità applicata ai rapporti umani. Naturalmente, è più facile a dirsi che a farsi. 

Molto spesso non ce la facciamo a rivolgere l’attenzione agli altri perché sembra che ci richieda una grande energia. Non solo ci viene chiesto di perdonare ed essere pazienti, ma anche di provare il dolore altrui. Per molti di noi, una richiesta simile è estremamente inopportuna, a dir poco. Abbiamo delle cose da fare, dei luoghi in cui recarci, delle persone da vedere. Abbiamo si e no il tempo di ascoltare le sofferenze degli altri, figuriamoci esserne partecipi. La compassione ci porta a fare sacrifici che non siamo disposti a fare.

Il potere della compassione
Agli inizi degli anni Quaranta, quando la maggior parte del mondo era devastata dalla guerra, Edgar Cayce fu assediato dalle richieste di letture. Un articolo elogiativo apparso su una rivista a diffusione nazionale e una nuova biografia pubblicata da un editore importante avevano reso famoso il suo nome. Grazie alla sua sensibilità medianica, avvertiva nel profondo il tormento contenuto in quel mucchio di lettere che gli richiedevano una lettura. Spinto dalla compassione, si mise a offrire molte più letture di quante la sua salute potesse sopportarne. 

Nel settembre del 1944 era così esaurito e malato da non poter più svolgere il suo lavoro e il gennaio seguente morì. Fu una decisione saggia quella di lavorare fino a lasciarsi morire? Chi può dirlo? Forse la sua scelta fu una dichiarazione finale dell’ideale di servizio di tutta una vita. Non avrebbe invece reso un servizio migliore se avesse conservato la sua forza? Decisioni del genere sono estremamente personali, ma una cosa è certa: quando proviamo davvero compassione, ci troviamo di fronte a queste alternative.

La compassione è più efficace quando è bilanciata dal discernimento
Il pensiero illuminato che sa distinguere quando un sacrificio è appropriato e quando non lo è. Un cuore tenero ha bisogno di stare in compagnia di una mente assennata. Molte sono le decisioni quotidiane che richiedono tale equilibrio, e non ci sono risposte facili. Creiamo il nostro futuro giorno dopo giorno, a seconda del modo in cui intrecciamo il pensiero, la sensazione e la volontà. Queste tre qualità dell’anima umana sono in evoluzione dentro ciascuno di noi. Il pensiero, la sensazione e la volontà si impegnano per ottenere l’illuminazione. 

L’importanza che la nostra cultura dà all’intelletto (il pensiero) e all’azione (la volontà) ci ha fatto troppo spesso dimenticare il potere del sentimento. Portandola oltre l’autocommiserazione, la gelosia e la preoccupazione, la nostra vita senziente può essere ispirata dalla compassione e diventare una chiave che ci apre al nostro destino spirituale, poiché ci consente di ‘percepire’ cose che non possiamo cogliere con il nostro modo abituale di vedere e di pensare. 

La compassione trasforma la vita senziente dei nostri cuori e ci permettere di conoscere l’unità, non semplicemente di teorizzarla. Là dove è assente, c’è l’invidia, l’odio, la paura e l’avidità. Insieme alla compassione c’è la vera felicità e una sorta di guarigione inaccessibile alla sola mente razionale.

Esercizio
Fate esperienza, in modo cosciente, della conoscenza che porta un cuore compassionevole. È un esercizio che si compone di due parti; il risultato della seconda fase dipende dal successo della prima. Scegliete una giornata su cui concentrare i vostri sforzi.

Per un periodo di ventiquattro ore, cercate, innanzitutto, di disarmare “l’osservazione interna”: il dibattersi all’ombra delle illusioni che abbiamo imposto a noi stessi, e il reagire agli altri in modo assai egoistico, sentendoci spesso non apprezzati e fraintesi. Il modo migliore per farlo può essere quello di smetterla con la “contabilità interna”.

In altre parole, smettetela di registrare mentalmente le persone che “vi debbono qualcosa” a causa della loro insensibilità. Siate tolleranti. Lasciatevi scivolare le cose addosso. Non offendetevi, almeno per quel giorno. Quando sarete riusciti a praticare questa metà dell’esercizio, osservate le vostre reazioni successive. Quando la mente non è occupata a criticare gli altri o a registrare mentalmente le offese ricevute, è libera di vederli in modo nuovo. Siate aperti agli altri. Provate i dolori e le gioie che essi provano. Prendete nota di quel tipo particolare di conoscenza che produce in voi un cuore compassionevole.

Fonte: “Manuale di Edgar Cayce” di Mark Thurston e Chistopher Fazel, Ed. Mediterranee.

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