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Grigorij Rasputin – lo Starec di Tobol’sk

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Grigorij Efimovič nasce nel luglio del 1871 a Pokrovskoe un piccolo villaggio siberiano nel governatorato di Tobol’sk a circa duecentocinquanta miglia a est degli Urali. La Siberia è un immenso territorio in cui alle pianure si alternano le foreste, le colline e le vallate.

Grigorij, figlio di Efim Akovlevič (da qui il patronimico Efimovič) e di Anna Egorovna, conosce, nei suoi primi anni, solo il paese natale, uno dei rari piccoli centri della regione, lontani spesso centinaia di chilometri l’uno dall’altro, dove la solitudine era resa più grave dalla precarietà delle vie di comunicazione.
Anche se fin dal 1846 la Corona aveva aperto la Siberia alla colonizzazione, ogni viaggio poteva costituire un’avventura. La foresta siberiana custodiva segreti spesso terribili, albergava spietati fuorilegge, che erano quasi sicuri della propria impunità.
Il padre di Grigorij, già dipendente delle poste imperiali, apparteneva a quella categoria di Grigorij Rasputincoloni di origine scandinava che erano venuti dalla antiche province di Novgorod attratti dalla facoltà di acquistare tanta terra quanta ne avessero potuta coltivare, beneficiando in più di un piccolo sussidio governativo. Né servo né forzato (categorie queste che, come i grandi proprietari terrieri, erano escluse dai benefici disposti dall’ imperatore), Efim era semplicemente un pioniere del Nord, che aveva risalito con fatica il fiume Tjura alla ricerca di un luogo dove stabilirsi. E così era stato uno dei fondatori di Pokrovskoe.
Questo piccolo proprietario era un uomo che amava quasi con ferocia la propria libertà, e si sentiva legato solo a quattro principi: la famiglia, la terra, lo Zar e Dio.
Il piccolo Grigorij, nato nell ‘anno in cui, il 23 gennaio, era caduto sulla Siberia un enorme meteorite (segno questo, si dirà poi, della sua predestinazione), era stato tenuto a battesimo da un amico del padre, il pope Pavel, e la formula russa che invocava la Trinità: voimya Otsa, amin, e Sina, amin, e Svyatago Dicha, amin, aveva sancito il suo ingresso tra i buoni cristiani ortodossi.
Chiamato da tutti Griŝa, Grigorij non frequentò alcuna scuola. Fino all ‘età adulta, egli non seppe né leggere né scrivere, e nemmeno fare la propria firma. I suoi veri libri di lettura furono la taiga e la foresta, il fiume e i campi che fornivano nutrimento e combustibile, materiali da costruzione e quei prodotti che, venduti al magazzino del villaggio, offrivano i mezzi per acquistare ciò che non si sarebbe potuto ottenere altrimenti.
Griŝa apprese così, in breve tempo, come si uccide un orso o si cavalca una renna. In più, imparò ad allevare i pesanti e robusti cavalli di cui la scuderia di casa era piena e che, oltre a essere usati per il lavoro dei campi e per i trasporti, venivano anche venduti.
Il ragazzo, cui già molti riconoscevano strani poteri di sensibile intuizione, aveva rincorso la selvaggina nelle fresche e profumate radure, dove le erbe e i fiori lo superavano quasi in altezza.
Griŝa aveva quindi posseduto, fin dalla più tenera età, le dolcezze di quella enorme provincia di Tobol ‘sk, tanto grande da misurare almeno tre volte l ‘Italia. Inoltre aveva avuto in più, in dono dalla sorte, anche la straordinaria facoltà di intendere il linguaggio dei cavalli. Per ore intere restava, sotto la lanterna della stalla, a guardare gli animali che scalpitavano o sbuffavano, e con gli occhi spalancati e il respiro trattenuto cercava di captarne gli oscuri messaggi. In quegli istanti, il suo viso offriva una espressione seria e attenta, una dignità del tutto particolare.
Così la vita trascorreva serena nella piccola izba (termine russo che significa: fattoria). Efim Akovlevič coltivava i propri campi aiutato dalla moglie e dai due figli: Michail, il maggiore, e Griŝa più giovane di due anni.
Illetterato come la maggior parte dei compaesani, Efim godeva tuttavia a Pokrovskoe di una grande reputazione di saggezza. Del resto, erano tempi quelli in cui i contadini ritenevano, in buona fede, che gli studi più che vani fossero dannosi, buoni soltanto per i preti. Una delle frasi preferite da Efim era: ” Le scuole fanno gli uomini immorali e li allontanano dalla vera religione ” , un convincimento questo che, unito alla instabile salute di cui Grigorij patì nei suoi primi anni di vita, gli impedì di ricevere una qualsiasi forma di istruzione regolare.
Un avvenimento che segnò l’infanzia e la vita di Grigorij fu la morte di suo fratello maggiore a cui si sentiva molto legato. In primavera mentre la neve si stava sciogliendo i ragazzi stavano pescando sulle sponde del fiume Tjura, quando Michail cade nel fiume gelido. Grigorij si tuffa nel fiume per aiutare il fratello ma l’acqua gelida e la forte corrente trasportano entrambi i ragazzi al centro del fiume travolgendoli.
Fortunatamente un contadino che si trova nelle vicinanze raccoglie le grida disperate dei due ragazzi e riesce a trarli in salvo entrambi.
Tuttavia si ammalano entrambi di polmonite, una malattia grave per quei tempi, e Michail nonostante le cure dopo alcune settimane muore. Grigorij resistette ma i giorni trascorrevano senza che si verificasse alcun miglioramento, e ogni previsione anche la più infausta pareva ormai possibile fino a quando una mattina, Grigorij, aperti gli occhi, si leva improvvisamente a sedere sul letto situato nella parte più calda della grande cucina, accanto alla stufa, e comincia a gridare in modo che tutti lo possano udire: “Grazie, Signora, finalmente ti vedo”. Pronunciate queste parole, Grigorij si adagia di nuovo come spossato, e viene colto da un sonno tanto profondo da allarmare i genitori e la sorellina Marija.
A sera, il ragazzo si sveglia. La febbre che lo bruciava da settimane era scomparsa, e così pure ogni altro segno evidente del male. Le prime parole che pronunciò furono: “Voglio vedere la Bella Signora. E’ lei che mi ha detto che sono guarito. Deve anche darmi degli ordini. Me lo ha promesso. Devo vederla”.
La visione viene subito riferita al pope il quale, sia pure con una certa prudenza, deve ammettere che avrebbe potuto anche trattarsi della Madonna. Alle parole del prete e soprattutto davanti a un evento incontestabile quale la guarigione prodigiosa di Grigorij, il villaggio intero grida al miracolo. Intanto, la guarigione di Grigorij procede lenta anche se inarrestabile, con crisi di pianto gravi quanto immotivate.
Istanti di tregua il ragazzo li ha nel sogno, quando la dama vestita di celeste e di bianco viene a visitarlo.

Una volta in piedi, per la salute cagionevole che lo fa essere in ritardo nei confronti dei coetanei, Grigorij rifiuta di frequentare una classe inferiore a quella che avrebbe dovuto avere già superata. Tutto questo lo tenne lontano da ogni forma di sapere scolastico. La sua vera scuola era quindi quella della vita, mentre il contatto con i cavalli continuava a dargli emozioni e soddisfazioni indicibili.
Dopo la guarigione inspiegabilmente aveva infatti acquistato poteri tali che le bestie più riottose e ribelli gli obbedivano; quelle selvagge, all’impatto con la sua voce o le sue carezze, ammansivano come per incanto. Grigorij era tanto affezionato agli animali che ogni vendita gli causava dolore.
Un’altra passione di Grigorij era ascoltare la voce e i racconti degli starec, i monaci e profeti erranti, che ogni tanto giungevano, sempre bene accolti, nell’ibza paterna.
Grigorij era affascinato dalla loro presenza. Un bastone, una vecchia bisaccia, abiti rattoppati e consunti: tutta la Russia in lungo e in largo era nelle loro possibilità. Per gli starec, anche la steppa finiva con l’essere angusta. Le loro necessità erano minime: dormire in qualunque luogo, mangiare ciò che capitava; predicare, pregare, raccontare storie, godere di un prestigio e rispetto quasi unanimi. Grigorij assorbiva il fascino sottile e straordinario di quegli uomini, che senza essere medici guarivano le malattie, e senza essere santi facevano camminare i paralitici.
Quasi tutte le sere, a casa di Efim Akovlevič si radunavano i contadini delle izbe vicine. Seduti sulle nere panche accanto alla stufa, i paesani usavano bere vodka e discorrere degli avvenimenti principali che animavano la ristretta vita della comunità o che vengono da molto più lontano, dalla favolosa San Pietroburgo.
Discutevano ad esempio, del nuovo zar Alessandro III, una specie di gigante che era il più alto della famiglia Romanov dai tempi di Pietro il Grande.
Si discuteva, alla presenza di Grigorij, sulla intensa opera di russificazione che Alessandro stava conducendo

avanti. Nessuno doveva parlare francese o tedesco, tutti dovevano vestire secondo il costume nazionale, perfino i dolci prodotti dagli stranieri erano banditi dalla mensa dell’imperatore. Lo zar aveva inoltre intrapreso una dura caccia contro gli ebrei. Questi furono soggetti in un anno a ben duecentoquindici massacri, secondo il programma di Pobedonostsev (un sedicente prete consigliere dello zar) che nel suo animo aveva diviso la popolazione israelita in tre parti: una da convertire, una da far emigrare e una infine da uccidere. In tale clima, appare perfino positivo che il governo, nel 1882, annunci: “La frontiera occidentale è aperta agli ebrei”. In breve Gregorij Rasputintempo, oltre un milione di sudditi indesiderati abbandona la terra in cui era nato e dove possedeva affetti, interessi, tradizioni, ricordi.
Grigorij dal suo letto posto accanto alla stufa, ascolta e tace. Si corica presto, ma spesso non prende sonno subito.

Una sera, gli uomini riuniti in casa di suo padre raccontano un fatto assai grave. In un villaggio vicino, è stata rubata la bestia di un vetturale. A quei tempi, un furto di cavalli indignava tutti. Le altre infrazioni della legge potevano avere, nell’anima popolare, cento giustificazioni; ma appropriarsi di una cavalcatura era considerato un crimine gravissimo.
Le ricerche del ladro e della refurtiva erano risultate vane. Mentre gli ospiti avanzavano ipotesi una più azzardata dell’altra, Grigorij, che tutti ritengono addormentato, ad un tratto balzò giù dal suo lettuccio e si avventò su un grosso personaggio, Pëtr Aleksandrovič il quale più degli altri stava sbraitando contro il malvivente e che proprio in quel momento diceva: “Altro che venti frustate nel recinto dei supplizi a un ladro di cavalli, se si riuscisse di prenderlo, io taglierei addirittura la testa senza tanti complimenti. “A questo punto Grigorij afferrò l’omone per la giubba e gridò: “Pëtr Aleksandrovič, non scandalizzarti tanto, sei stato tu a rubare il cavallo. Sei tu il ladro”.
I presenti, inorriditi per l’ardire del ragazzo, cercano di calmare l’influentissimo Pëtr, che è rispettato e temuto come uno dei più ricchi contadini dei dintorni, e che intanto minaccia il padre di Grigorij: “Efim Akovlevič, fa che tuo figlio ritrovi la ragione. Altrimenti pagherai molto cara l’offesa che mi è stata fatta, qui in casa tua”. Durante la notte, nonostante le apparenze escludevano ogni sospetto sulla persona di Pëtr Aleksandrovič, alcuni contadini decidono di vigilare con discrezione la sua stalla. Verso l’alba, l’uomo esce da una porta laterale con la bestia rubata. Poco dopo, tutto il villaggio viene a sapere che Grigorij aveva ragione e che la sua intuizione era stata esatta. Dopo la rivelazione sul ladro di cavalli, la potente famiglia degli Aleksandrovič (il cui membro più influente era stato duramente punito e ha dovuto sottostare alla pubblica umiliazione delle venti frustate, comminategli dal rappresentate del governo) cominciò a far circolare voci calunniose su Grigorij. Lo si comincia a dipingere come un piccolo depravato, dedito a ogni sorta di nefandezze, e a mano a mano che il ragazzo cresce i crimini che gli si addebitano sono sempre più pesanti, fino a giungere al massimo di essi: il furto di cavalli.
Da qui nasce una delle leggende che seguiranno Grigorij per tutta la vita. I suoi calunniatori arrivarono perfino a citare particolare precisi, naturalmente inventati di sana pianta.
Sempre a cura degli Akovlevič, si diffonde anche la diceria che il cognome di Rasputin derivi da “sporcaccione”, corrotto, mentre in realtà viene dalla parola rasputi, che significa ” bivio ” e serve a indicare la gente che come Efim Akovlevič abita nel punto di un villaggio, dove una strada si biforca; difatti, davanti all’ibza di Efim, il grande viale sterrato si scinde in due: una parte va a Tjumen e l’altra a Tobol’sk.
Grigorij è dunque, per il momento, un ragazzo come tutti gli altri, né migliore né peggiore, capace forse solo di qualche eccesso, anche in senso spirituale.
Infatti, se da un lato si mostra curioso dei fatti sessuali al punto da provocare la totale disapprovazione di suo padre e di altri anziani del villaggio, dall’altro assedia il pope Pavel con ogni specie di domande sulla religione e sui Sacri Testi e non perde occasione per recarsi, avido di curiosità, nei monasteri della zona, specie in quello più vicino di Aballakask; e va a far visita ai vari eremiti che, secondo un uso allora abbastanza comune, avevano preso alloggio nelle caverne e conducevano una vita di penitenze, alla ricerca di Dio attraverso le preghiere e le astinenze.
Grigorij, attratto da un impulso irresistibile verso gli starec, non approva, di questi ultimi, le eccessive pratiche di mortificazione. Gli sembra addirittura impossibile che le “flagellazioni e le catene di cui sono cinti siano gradite a Dio”. Anzi, una volta, parlando col pope, dichiarò con chiarezza: “Io credo che la grazia divina debba ottenersi onorando il Signore, non offendendolo attraverso la cieca rinuncia della nostra umanità”.
Il religioso parlò a Grigorij dell’ascesi e degli antichi anacoreti, ma non lo convince. In ogni caso, il primo periodo di contatto con la spiritualità rozza e forse eccessiva degli starec ha come Grigorij Rasputineffetto quello di indurre Grigorij a rifiutare la carne degli animali, o almeno – date le proteste vementi di suo padre – di evitarla il più possibile. Attorno ai quindici anni, Grigorij, nei ritagli di tempo che gli lascia liberi il lavoro nella fattoria paterna, comincia a fare il conduttore di carri. Al servizio di un commerciante, egli guida i pesanti veicoli fino a Tobol’sk e a Tjumen, spingendosi a volte anche nella direzione opposta, verso Verchoturje, quasi ai piedi degli Urali.
E’ in questa età che Grigorij va temprando il proprio corpo, e scopre nei contatti con gli altri, di essere irresistibile. Un fluido magnetico, che egli ancora non può controllare, esce dalle sue pupille chiare, stranamente ravvicinate.
In questo periodo nonostante la sua assoluta mancanza di studi, Grigorij si mostra, non solo in prestanza fisica, superiore agli altri suoi coetanei.
Egli è di gran lunga il più intelligente, dotato di una fervida immaginazione, stranamente sensibile a tutto ciò che è misterioso ed esce dalla norma. Intuisce che una sua parola può calmare un’anima, il tocco delle sue mani avere singolari effetti sugli altri. Dicono che le sue carezze fossero di fuoco, e non soltanto in senso amoroso.
Fu questo però il tempo di un’altra grave sciagura familiare. La sorella Marija patisce la medesima sorte del fratello Michail e cade nel fiume Tjura, mentre stava lavando dei panni.
Poco tempo dopo la morte entra di nuovo in casa di Efim Akovlevič portandosi via sua moglie. Con la scomparsa di Marija e della madre gli anni lieti di Grigorij finiscono per sempre.
La vita nella fattoria diviene ogni giorno più triste, e Grigorij, che nel frattempo ha conosciuto in uno dei balli campestri la bionda Praskovia Fëdorovna Dubrovina, si sposa. Lui ha circa vent’anni, Praskovia è due anni più grande e in un certo senso gli fa da madre.
La famiglia di RasputinGrigorij preferiva in quegli anni il lavoro di conducente di carri piuttosto che quello monotono della fattoria. Viaggiare dà sfogo alla sua sete di conoscere paesaggi e persone nuove.
La nascita di suo figlio sembra dare, per un attimo, a Grigorij una ragione valida per radicarsi in modo definitivo alla propria terra. Ma, dopo qualche mese, il bambino muore. Grigorij resta sconvolto e profondamente ferito. Eppure, aveva accettato con sereno dolore la morte della madre, del fratello e della sorellina; gli erano parsi quelli eventi crudeli, ma naturali.
La scomparsa del figlioletto, invece, lo atterrisce e, in qualche modo, lo prostra, lo pone di fronte a interrogativi sconcertanti.

E’ in questi giorni di immenso scoramento spirituale che egli ha una seconda visione.
Dopo una giornata di lavoro, per riposarsi un poco e avere qualche refrigerio, Grigorij si addentra nella chiara foresta di betulle. A un tratto, fra i raggi del sole morente, si fa largo una dolce figura di donna.
E’ una forma evanescente, che con la candida mano scosta la compatta frangia di raggi solari quasi si trattasse di una cortina di seta. Ecco, la sconosciuta soavissima avanza verso di lui. Gli fa cenno di tacere.
“Grigorij, devi andare lontano. Non ora, ma tra breve. Il tuo vero luogo non è qui. Mio volere è che tu sia uno dei tanti starec che mi onorano”. Tornato a casa non racconta nulla ai suoi, sente che non sarebbe compreso.
Una mattina, qualche giorno dopo, si presenta all’ibza un religioso molto giovane, un novizio che gli chiede di essere accompagnato al monastero di Verchoturje. Grigorij accetta volentieri questa richiesta attratto dalla possibilità di poter avere un’interessante conversazione con il giovane. Durante il viaggio infatti i due intraprendono una lunga discussione riguardante la religione, il vangelo, la fede ma soprattutto il limite della religione ortodossa di poter spiegare ai fedeli il vero contatto con Dio.
Grigorij si sente profondamente attratto da tutto questo, anche le lunghe conversazioni con il pope del suo villaggio non lo soddisfacevano più e una volta giunto al monastero decide di intrattenersi qualche tempo per cercare le risposte che oramai tanto lo angustiavano.
Nella comunità religiosa, che assomiglia più a una ordinata fattoria che a un vero e proprio luogo di contemplazione, Grigorij trascorre un periodo di intensa ricerca spirituale.
Mentre compie con diligenza i pesanti lavori manuali, che gli vengono di volta in volta affidati, il giovane ha modo di tenere lunghe conversazioni con i padri dell’ordine che lo porteranno a fare dentro di sé sempre più chiarezza.

Durante il periodo passato al monastero Grigorij viene a conoscenza di molte nuove correnti religiose che stavano nascendo in seno alla religione ortodossa, prova questa di un fermento spirituale che in quegli anni animava tutta la Russia. Grigorij sente parlare, ad esempio, dei cosiddetti “senza preti”, che oltre a non riconoscere nessuna forma di gerarchia ecclesiastica, non vogliono sentir parlare né di Stato, né di imperatore e né di Chiesa. Apprende inoltre moltissime e sconcertanti cose sugli standisti, che sono puritani radicali, per i quali la Chiesa ortodossa è solo una sorta di idolatria pagana, creata dal demonio con il preciso scopo di dannare gli uomini non avveduti. Costoro hanno fiducia solo nel Vangelo, ma non tutti, perché alcuni di essi, i più zelanti, obbediscono soltanto a Dio, che amano interrogare “nel segreto imperscrutabile del proprio cuore”.
In quegli anni il numero di scismi è immenso. Nella mente vergine di Grigorij si allineano nomi che corrispondono a una corrente di pensiero o a una demente aberrazione. Ci sono i “non preganti” o “medaglisti”, che non intendono pagare le tasse, perché secondo loro esse vanno a esclusivo beneficio della Chiesa e dello Zar. Esistono gli “uomini di Dio” o Duchoborczy, i quali assicurano, invece, che è possibile costituire il paradiso in terra con la semplice raccolta di tutti i beni in una sola comunità. Ci sono poi gli “skopcy”, i quali impongono, come condizione essenziale per entrare nel novero degli eletti, la mutilazione del sesso. Contrari a costoro sono i seguaci della Vergine incarnata. Molto conosciuta era poi la setta dei “Chlysty” i cui seguaci benché perseguitati dalla chiesa ortodossa e dalla polizia segreta, non erano mai stati annientati. Nelle pratiche di questa corrente pare che avvenisse una sorta di tantrismo tra donne e uomini.
A Verchoturje Grigorij sente molto parlare del monaco Makarij. Si tratta di uno starec (“Starec” o “staretz” significherebbe “vecchio”, “anziano”, ma veniva usato nel significato di “guida spirituale”, intendendo quei “monaci” laici che, senza essere ordinati sacerdoti, pure, grazie a profonde pratiche ascetiche ed a grande elevazione spirituale, rappresentano delle guide per realizzare l’unione con Dio) il quale ha raggiunto, già da vivo, il colmo della beatitudine, un vero santo di Dio. Il vecchissimo eremita, ormai placato da ogni passione terrena, risiede in una grotta di cui solo pochissimi eletti conoscono l’esatta ubicazione, tanto è il desiderio dell’anacoreta di isolarsi dal mondo. Un giorno Grigorij espresse il desiderio di poter incontrare il santo prima di lasciare il convento. Dopo poco tempo avvenne l’atteso incontro.
Insieme ad un monaco, Grigorij attraversò parte della foresta e giunge alla grotta dove viveva Makarij. Dopo avergli raccontata la storia della sua vita e il suo desiderio di servire la Vergine, che gli era apparsa diverse volte Makarij così gli rispose: “Io ti parlo in nome dell’arcangelo Michele, che ogni giorno viene a visitarmi e ad annunziarmi quello che sarà il nostro futuro.
Ebbene io so, perché lui me lo ha rivelato, che sarebbe giunto nella mia umile dimora un grande figlio della santa Russia. Egli sarà il nuovo profeta. In questi giorni, ho sentito che tu ti stavi avvicinando a me. Venivi dalla Siberia, dove l’anima degli uomini ancora non è corrotta. Tu sei l’eletto del Signore, il figlio del miracolo e della resurrezione. Non posso dirti nulla che tu già non sappia. Va’, figlio, grande è la terra che tu devi conquistare, innumerevoli sono i peccati che sei chiamato a cancellare.
Enormi fatti ti chiamano, cose che sono tra cielo e terra, negli alti palazzi e nelle grandi città, tra i potenti di questo mondo che invocano una nuova luce. Ebbene, tu sei questa luce, tu devi andare da loro. Non li deludere. Prendi la bisaccia e il bastone del pellegrino e va’. Abbandona ogni legame. La tua famiglia in questo momento è la Russia”. Grigorij, dopo il colloquio con Makarij, sente che è arrivato il momento di lasciare ilIl monaco Makaru monastero di Verchoturje, sente che deve trovare se stesso viaggiando; il suo cammino interiore, per completarsi, ha necessità del cammino esteriore. Inizia così la sua vita da starec in cui per seguire la sua spiritualità dovrà partire verso l’ignoto, dimenticando la famiglia, gli amici, ogni altro legame, dimenticare la famiglia, gli amici e ogni altro tipo di legame. Niente proprietà, niente casa, né terre né averi, anche il matrimonio deve essere sciolto o almeno dimenticato come legame attivo.
Così, inizia la nuova vita di Grigorij Rasputin. Il suo pellegrinare nei villaggi lo porta lontano, ogni giorno incontra moltissima gente e lentamente scopre il suo grande potere carismatico e il suo fascino magnetico.
Parlando con i pope e con gli starec che incontra lungo il suo cammino discute e approfondisce le proprie cognizioni teologiche. Il pellegrinaggio è il suo seminario, la sua accademia ecclesiastica, la sua università.
La vita errante gli conferisce la pienezza di un insegnamento che nessuna scuola può dare: un tipo di sapere permeato di pensiero e di pratica, ma soprattutto di esperienza di uomini e cose.
Rasputin, sempre sfogliando quello che egli definisce il “libro d’oro della terra”, tocca nel corso dei suoi pellegrinaggi anche città importanti.
A Mosca, si rende conto che nelle milleseicento chiese, negli oltre quattrocento fra seminari, conventi, scuole di alta e di bassa teologia, tutte dipendenti dal Sinodo di San Pietroburgo, ogni particolare è asservito, più che alla spiritualità, al potere temporale. La Chiesa ortodossa, la orgogliosa Pravoslavny, è in molti casi solo la lunga mano dello zar e dei suoi dignitari. Chi vuole giungere alle porte dei potenti, influire politicamente ed economicamente sulla vita della nazione, deve passare attraverso l’influenza dei religiosi, siano essi dei semplici pope o invece i fastosi e ieratici archimandriti.
A Mosca, Rasputin sosta ammirato al cospetto del nuovo monastero delle Vergini, il famoso Novodjevicy, dove persiste il prestigio della dottrina, ma non certo quello della attendibilità ortodossa. Da questa città, si sposta fino a Zagorsk, attratto dalla fama di quel santuario, ma apprende che la corruzione è arrivata anche lì.
Deluso da Mosca, Rasputin decide di spostarsi verso Kazan. Appena entrato nella nuova città, lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi non lo esalta: il fango, la miseria, gli occhi rassegnati della gente sono gli stessi del suo paese.
Dopo questa tappa percorre più di tremila chilometri in Grecia sul Colle Santo, l’Aghion Oros dei greci, il monte Athos dove sorgono più di venti monasteri di molte nazionalità – greci, russi, bulgari – e numerosi luoghi di pellegrinaggio e cappelle.
E ’ una folle avventura quella che Rasputin intraprende.
Durante la lunga marcia di avvicinamento alla penisola Calcifica, sul mar Egeo, Rasputin rammenta che al convento di Verchoturje gli era stato detto di visitare il monastero di Oktoj.
Tra le impervie gole degli Urali, Oktoj è una sosta che Rasputin compie volentieri, tanto più che da tempo le monache lo aspettano.
La sua fama di starec è giunta fino a loro. Le volontarie recluse sono impazienti di ricevere tra le antiche mura un uomo la cui celebrità cresce di giorno in giorno. Inoltre, vi è anche un altro motivo per cui il pellegrino è desiderato. Una monaca del convento appare da qualche tempo posseduta da uno spirito infernale e la superiora gli chiede di liberarla dal male. Per tutta la giornata, lo starec e la religiosa rimangono in una sala. A momenti di silenzio, altri ne seguono in cui sembra che all’interno si stia svolgendo una lotta furiosa; grida, sospiri, gemiti, urla terribili. Il demone che possiede la monaca appare di una razza davvero irriducibile. A sera, i due escono dalla stanza. Rasputin dopo aver lottato col demonio consegna la monaca mondata.
Lasciato il monastero di Oktoj, Rasputin decide, assieme a un altro starec che ha conosciuto, Pečerkin, di puntare direttamente verso la Grecia.
Ormai, la stagione è buona e il cammino agevole. Problemi di sussistenza non ne ha. Preceduto da una fama di cui egli è il primo a meravigliarsi, viene accolto benissimo dovunque.
Tutte le case gli sono aperte, l’ospitalità è generosa. I pope medesimi, intimoriti forse dalla predilezione che i fedeli gli dimostrano, appaiono larghi di aiuti. Gli inviti a sostare sono molteplici, ma Rasputin non li  accoglie, la sua meta è il monastero russo del monte Athos.
A primavera inoltrata, Rasputin sale finalmente il Sacro Monte. Nell’eremo altissimo, prega, cerca di apprendere idee e progetti degli altri monaci, fa visite nella piccola repubblica monastica. Dopo un periodo di riposo, di preghiera e profonda meditazione sente di dover tornare al suo villaggio in Siberia. Durante il viaggio di ritorno, la curiosità lo induce a fare una deviazione di oltre mille miglia, attraverso la Turchia, la Siria e il Libano, regioni dove ritornerà anche anni dopo.
Tornato a Pokrovskoe conosce suo figlio Dimitrij nato in sua assenza e riabbraccia sua moglie sua figlia Marija e suo padre che nel frattempo avevano saputo del suo viaggio e delle sue opere di starec.
Dopo il suo ultimo rientro, iniziò una vita particolare: aveva portato con se giovani d’ambo i sessi e con loro viveva secondo le regole di una fratellanza religiosa. Egli non fu mai un monaco ma restò sempre una sorta di religioso laico in una libera applicazione della propria religiosità come del resto facevano anche altri starec. Decise così di costruire una cappella proprio sotto casa sua per ospitare le persone che nel futuro sarebbe accorse numerose.
Nel frattempo il pope del villaggio, padre Pëtr Semënov, avendo saputo delle imprese di Rasputin si sente minacciato e ordina a tutti i fedeli di non frequentare le adunanze dello starec.
Così accadde, e nonostante il pope del villaggio esortasse chiunque a non partecipare a queste funzioni religiose, sempre più abitanti di Pokrovskoe cominciarono a frequentare le riunioni di Rasputin colpiti dai suoi poteri taumaturgici e dal suo sapere, dalla sua capacità di spiegare così chiaramente i fatti di Dio.
La voce dei prodigi da lui compiuti ogni giorno su animali e persone non tardano a estendersi al di fuori delle anguste prospettive di Pokrovskoe.
La mancanza di medici o soltanto di guaritori in tutto il circondario (il più prossimo ambulatorio si trova a Tjumen, a centocinquanta chilometri di distanza) fa sì che malati e infortunati di ogni specie, abbandonati a se medesimi o alle dubbie attenzioni di erboristi improvvisati o di ciarlatani pronti a tutto, accorrano speranzosi da Rasputin il quale li cura a suo modo. Rasputin faceva imparzialmente sdraiare per terra i suoi pazienti, poi si inginocchia al loro fianco. A un certo punto, dopo averli fissati a lungo, egli poneva la mano sinistra sotto la loro nuca e con la destra immobilizzava per precauzione i polsi. Quindi, parla per alcuni minuti dell’amore di Dio verso gli uomini e della necessità che essi hanno di vivere in pace con il Signore.
Sotto la carezza della sua voce dal timbro caldo, simile a un organo che suoni in sordina o a un soffice velluto rosso, i malati si calmano, dimenticano le proprie paure, si distendono. Come una pioggia benefica, cala su di loro la preghiera di Rasputin, che chiede a Dio la guarigione.
Un miele celeste li convince di dover risanare non solo per il proprio bene, ma anche per quello della comunità.
In effetti, suggestione o no, molti si alzano o sani o migliorati, quasi tutti, nella speranza di aver fortuna in una nuova seduta, ritornano e talvolta, alla seconda visita o più avanti, si trovano esauditi. Intanto Rasputin non solo non chiede nulla per le proprie prestazioni, ma trattiene di ciò che gli viene portato solo quanto basta alle necessità della propria famiglia. Il resto lo fa distribuire da sua moglie ai poveri del villaggio.
Nonostante che Rasputin con la sua famiglia frequenti le funzioni religiose di padre Pëtr Semënov, costui comincia a nutrire un profondo sentimento di odio per Rasputin, soprattutto a causa della devozione e i doni di cui lo starec è oggetto. Dopo avergli ordinato di non entrare più in chiesa invia un esposto al vescovo di Tjumen descrivendo Rasputin come un falso prete, falso medico e soprattutto sospetto seguace della pericolosa e immorale setta dei Chlysty.
Pochi giorni dopo il vescovo Ejnenov, accompagnato con alcuni dignitari, parte alla volta di Pokrovskoe dove dopo aver condotto una serie di interrogatori agli abitanti decide di incontrare personalmente Rasputin.
In seguito su indicazione del vescovo Ejnenov, il qualche appare pienamente convinto dalle spiegazioni offerte da Rasputin, ma soprattutto spinto dalla voce popolare, che nulla in apparenza ha da eccepire contro Rasputin, il Consiglio Superiore della Chiesa ortodossa dichiara che lo starec è un uomo buono e pio, visitato dallo Spirito Santo e benedetto dal Signore, che come premio gli ha accordato il dono prezioso di guarire gli uomini.
Dopo questa sentenza che lo scagiona completamente, la reputazione di Rasputin cresce e dismisura. Non solo accorrono a lui pellegrini da ogni parte della regione, ma chi non può venire gli scrive, nella certezza che un messaggio abbia, agli effetti delle grazie e dei benefici invocati, la medesima efficacia di una presenza fisica.
Qualche tempo più tardi Rasputin decise che era giunto il momento di partire per San Pietroburgo per incontrare il famoso monaco Ivan Sergeev di Kronštadt considerato santo già in vita, confessore del defunto Alessandro III e favorito in carica dallo zar Nicola II. Lasciando ancora una volta la sua famiglia lascia questo messaggio: “L’uomo è esso medesimo Dio in Dio. Il Signore vive in ciascuno di noi, come nostra anima e nostra coscienza. Basta seguire i suoi comandamenti, usare rettamente le nostre facoltà di raziocinio e sarà creato già in terra il paradiso”.
A San Pietroburgo Rasputin incontra Ivan Sergeev che lo introduce al rettore dell’accademia ecclesiastica ortodossa russa padre Teofane che a sua volta lo introduce al vescovo Ermogene.
Quest’ultimo dopo aver incontrato Rasputin apprezza i suoi discorsi e decide che è opportuno utilizzare un uomo come lui per il sostegno della causa ortodossa, in quel momento assai pregiudicata dalle tendenze occidentali presenti nella politica russa.
La Russia, mentre l’astro di Rasputin si appresta a salire, sembra attratta dal precipizio. Il paese è rigido, statico, depositario di una concezione glaciale e anacronistica del potere.
L’enorme e tozza e goffa e ridicola statua di Alessandro III, scolpita dal principe Trubetzkoj, la quale, benché eretta nel 1894, si innalza ancora oggi in una piazza di Leningrado, è il simbolo, forse involontariamente satirico, di un regime che stava morendo.
Ma al tempo in cui Grigorij Rasputin approda a San Pietroburgo, il 30 luglio 1904, nasce il primo figlio maschio ed erede al trono dello zar Nicola II: lo zarevic Alessio.
Il vescovo Ermogene al suo primo incontro con Rasputin pensa di sfruttare a fini politici la personalità di Rasputin e a questo scopo decide di presentarlo al temibile e influentissimo Sergej Trufanov vescovo di Caricyn, figura molto popolare in quegli anni. Conosciuto con il nome di Il’jodor costui è uno dei più zelanti difensori della fede ortodossa e uno strenuo propugnatore del panslavismo. Assertore di una monarchia nazionalista, il monaco, dal suo feudo religioso di Caricyn, auspica un’assoluta e illimitata autocrazia dello zar: per questo è socio della Lega dei Veri Russi, una potente associazione di reazionari.
Il’jodor propugna poi il sorgere di un comunismo patriarcale in cui zar e contadini dovrebbero essere padroni di tutte le terre; egli ha instaurato nella sua diocesi un regime di terrore di cui fanno le spese gli intellettuali e gli ebrei, dei quali ultimi ha più volte auspicato lo sterminio.
Il’jodor promette a Rasputin di farlo conoscere negli ambienti più importanti della città al fine di poter divulgare la sua visuale di fede e far conoscere la sua sincera spiritualità.
A questo scopo chiede a Olga Lochtina, una giovane donna moglie di un consigliere di Stato di impartirgli un po’ di istruzione e del galateo per permettergli di affrontare gli ambienti mondani di San Pietroburgo.
Nel salotto di Olga Lochtina, Rasputin ha modo di conoscere alcune persone che avranno grande importanza nella sua vita: come Anna Vryubova, intima della famiglia imperiale; la Golovina, moglie del cancelliere Golovin; sua figlia Munja e le granduchesse Anastasia e Milita, figlie del re di Montenegro, spose rispettivamente dei granduchi Nikolaj e Pëtr Nikolaevic. Poco amate dalla zarina madre Marija, godono il favore precario e incostante dell’imperatrice in carica, Alessandra.
Esse ben presto divengono intime e discepole di Rasputin.
Qualche tempo dopo la loro conoscenza Rasputin entra definitivamente nelle grazie del granduca Nikolaj e di sua moglie Anastasia guarendo con successo la loro cameriera che soffriva di una malattia isterica.
La frequentazione del salotto di Olga Lochtina e l’ammissione alla setta dei Veri russi, ma soprattutto l’amicizia di Anastasia e Nikolaj Nikolaevic, fruttano a Rasputin conoscenze importanti. In breve, egli diviene un uomo alla moda, uno degli starec più conosciuti di San Pietroburgo. Sono anni in cui chiunque, a San Pietroburgo, desideri abbracciare una carriera politica o religiosa, cerca di essere ricevuto nei salotti aristocratici, dove, quando non si parla dell’argomento prediletto e cioè dei fatti pubblici, si fa del misticismo o si va alla ricerca di Dio; ricerca che è svolta per lo più scivolando dai problemi metafisici o teologici nell’ambito di quelli occulti. Del resto, anche lo zar Nicola e l’imperatrice Alessandra trascorrono parte del loro tempo a far muovere, alla buona, tavolini e a interrogare i trapassati.
Un giorno, nel salotto della contessa Ignat’eva, presenti anche Anastasia e il granduca Nikolaj, viene invocato lo spirito di San Serafin, un monaco beatificato il quale diede, rivolgendosi a Rasputin, il seguente messaggio: “Uomini e donne di Russa, è venuto tra voi un grande profeta: un figlio della terra, che vi insegnerà la strada del cielo. Tutti, dallo zar al più umile dei mortali, lo seguiranno e benediranno il suo nome”. La notizia di questi prodigi si diffonde in tutta la città.
Qualche tempo dopo Alessio, il figlio dello zar, viene dichiarato affetto da emofilia (il male che non fa coagulare il sangue e contro il quale non si conoscevano ancora rimedi). I dottori di corte sono incapaci di guarire il bambino e si cerca l’aiuto di molti insigni medici russi, ma tutto risulta inutile.
I giorni si susseguono ai giorni, e le condizioni dello zarevic peggiorano sempre di più e tutti sono convinti dell’imminente morte dell’erede al trono. Quando la disperazione dello zar e della zarina sfiora la rassegnazione Anastasia Mikolaevna, la granduchessa amica di Rasputin, decide di proporre ai sovrani di chiedere l’aiuto di Grigorij, il monaco guaritore di cui tutti parlavano in quei giorni e che aveva curato già moltissime persone. Poco dopo segue l’ordine di far rintracciare lo starec e di convocarlo a corte.
Rasputin viene condotto frettolosamente a palazzo e portato al cospetto dello zar e della zarina. Li saluta con calore e chiede di vedere Alessio.
Prima di presentarsi di fronte allo zarevic si trattiene in preghiera. Rasputin si avvicina al letto del bimbo, si china su di lui e con il pollice gli segna un breve cenno di croce sulla fronte. Alla sua vista Alessio è attonito e smarrito ma presto l’uomo dalla veste nera comincia a parlargli affettuosamente rassicurandolo che guarirà presto.
Rasputin continua a parlare con Alessio passando la sua grande mano calda su tutto il suo corpo. Un senso dolcissimo di riposo scende sul piccolo, fluisce con il suo sangue malato, come un’ovatta tiepida e leggera copre e assopisce la mente intrisa di pensieri di morte. Alessio prova ad allungare le gambe, e con immenso sollievo avverte che non ha più dolore, nulla. Ciò che fino a pochi istanti prima era una tremenda realtà, ora è perduto in una dimensione fatta di benessere e di fiducia.
Ritrovate le forze Alessio non vuole dormire e chiede a Rasputin di raccontagli delle storie, più tardi dopo aver dato al bambino una medicina abbandona in silenzio la stanza.
Lo zar e la zarina sono sconvolti di fronte a quello che è successo e ringraziano Rasputin vedendo in lui il salvatore della loro famiglia.
Così Rasputin divenne parte della corte, e presto viene a conoscere la difficile situazione in cui è immerso il paese.
Non è ignoto a Rasputin che, a corte, l’autorità dello zar decade ormai davanti all’intrigo, e che molti degli affari supremi vengono gestiti più nel salotto della zarina che nell’immenso e raggelante studio di Nicola II.
Lo zar aveva sposato molti anni prima la principessa Alice Von Hesse Dormstadt convertita all’ortodossia con il nome di Alessandra Fedorovna la zarina. Nicola II aveva scartato la principessa Margherita, sorella del Kaiser Guglielmo II perché suo padre era morto di un gravissimo morbo e si era temuto che il suo sangue fosse contaminato, ma nessuno immaginava che Alice avrebbe portato ai Romanov, come dono di nozze, una terribile malattia: l’emofilia, un male che le madri trasmettono solo ai figli maschi e di cui alla principessa erano già morti il fratello maggiore e uno zio.
Dopo la morte di suo padre Alessandro III nel 1894 Nicola II viene incoronato zar nel 1896. In realtà egli aveva avuto quasi intenzione di rinunciare al trono e sembra che solo il consiglio anzi quasi l’ordine del governatore militare lo distolse da tale decisione.
Il suo regno non cominciò nel migliore dei modi infatti il popolo non lo acclamava come aveva fatto con suo padre.
Alle riunioni, se non strettamente private, preferiva le parate militari. Ai ricevimenti appariva insicuro, ma imperturbabile, negli affari di Stato era considerato esitante e dilatorio.
Credeva nella conservazione di un assolutismo inalterato.
immagine4La zarina non è diversa dal marito tranne in una volontà più ferma, che si spezza, però, davanti a tutto ciò che riguarda la salute di suo figlio Alessio. Per la zarina così come per Nicola II la Russia era il trionfo dell’assolutismo degli zar. Essi detestavano gli aristocratici e gli intellettuali considerandoli una realtà sociale superflua, se non dannosa.
L’unione con Alessandra dava a Nicola tanta sicurezza che, a poco a poco, aderendo alla propria indole rinunciataria, ha delegato alla moglie gran parte del proprio potere.
Subito dopo la guarigione di Alessio Rasputin continua a frequentare Carskoe Selo. Il sovrano e la zarina si aggrappano alla speranza, anzi alla certezza che dà loro la presenza dello starec.
La preziosa salute dello zarevic sta nelle sue mani e sembra siano davvero “mani molto abili”, anche se, appena comincia a spargersi la voce di questo nuovo jurodivo apparso a corte, ondate di pettegolezzo cominciano a levarsi contro di lui. Una delle più animose insinua che Grigorij d’accordo con il guaritore Badmaev, avventurosamente nominato medico militare, somministri con regolarità allo zarevic una medicina tibetana a base di polvere di corna cervine, che ha l’effetto di accelerare i battiti del cuore e predisporre alle emorragie. Una volta instaurato il processo morboso, Rasputin fa la sua comparsa a palazzo, la malvagia pozione viene sospesa e tutto ritorna normale; ma i sovrani si guardano bene dall’ascoltare tali dicerie.
Tra coloro che Rasputin sente avversi spicca in particolare il generale Spiridjonovic, il capo della polizia, che sguinzaglia agenti dappertutto ed è al corrente di ogni suo minimo movimento.
Le dame di corte sembrano anch’esse coalizzate contro Rasputin, e spargono le chiacchiere che egli avrebbe sedotto la bambinaia dello zarevic, la prosperosa Uisinnjakova. Rasputin dal canto suo cerca di sollevare il morale di Nicola, quando lo vede angustiato a seguito del marxismo galoppante che fa presa fra i lavoratori delle grandi città, mentre ancora Lenin è agli esordi. Tuttavia, è stato già fondato il partito socialdemocratico, ricco di idee, ma che ben presto si spacca in due fazioni: una di destra i menscevichi, e una di sinistra, i bolscevichi, che nel 1903 anno tenuto a Londra il loro secondo congresso. All’epoca Nicola era fiducioso e affermava: “la forza dei rivoluzionari sta solo nella nostra debolezza”.
I contadini, di cui Rasputin conosce bene la mentalità, subiscono gli effetti della propaganda rivoluzionaria; inoltre, a esasperarli contribuiscono anche la fame di terra e i cattivi raccolti.
Nel frattempo nella Russia meridionale, avvengono fatti gravissimi che conducono a Kisinev all’uccisione di centinaia di ebrei a opera non solo di gruppi considerati fanatici, ma anche, e ciò è maggiormente grave,  della stessa polizia e dell’esercito.
Intanto Rasputin, grazie alla crescente familiarità che gli dimostrano i sovrani, sta suscitando interesse da parte di numerosi circoli e salotti. Il suo giro di conoscenze si allarga. Viene ricevuto a casa di Burdukov, cavallerizzo maggiore dello zar, e in quella della baronessa von Rosen, dove primeggia la bellezza sempre splendente della principessa Dolgorukij.
Lo zar e la zarina gelosi di se medesimi e del proprio dolore, avidi di contemplare in silenzio le proprie ferite – quelle familiari e quelle pubbliche – quasi che non mostrarle equivalga a renderle meno cocenti, tagliano piano piano i ponti che un tempo, sia pure precariamente, li legavano al popolo e all’aristocrazia. Il piccolo padre e la piccola madre della Russia non hanno più orecchi, non hanno più occhi né cuore che per valutare la propria infinita solitudine.
Sciolti da ogni vincolo reale e da ogni realtà vincolante, i coniugi imperiali si illudono, dal trono che ogni giorno un poco di più si incrina, di essere sovrani illuminati e discreti, buoni conoscitori del proprio popolo; e la rivoluzione, che qua e là si accende e divamperà quasi un decennio dopo come un gran rogo, li coglierà, come già ora li coglie, impreparati, fermi in un gesto di stupore fra patetico e folle su cui la storia non ha ancora a sufficienza indagato.
In questo scenario triste e deludente col tempo Rasputin diventa la sola persona che sia davvero nel cuore dello zar e della zarina e quindi nel cuore del potere russo. A corte da molti egli non viene considerato altro che un contadino esaltato il quale, nel fervore santo della vera fede, possiede il dono divino della chiaroveggenza e della taumaturgia. Egli dimostra però ben presto di possedere però molte altre risorse quali tra tutte una spiccata intelligenza.
Presto riceve dallo zar la dignità di accensore delle lampade sacre, cioè di guardiano e responsabile delle icone di palazzo. Ciò crea anche nuovi doveri e, per essere più sollecito ad adempierli e per avere minori possibilità di essere controllato, abbandona il tranquillo ma ingombrante rifugio dell’accademia ecclesiastica in cui impera l’ormai amico padre Teofanie, e si trasferisce nella Nikolaesvkaja Ulitza, presso la sua grande protettrice, la moglie del generale Lochtin.
La generalessa insegna a Rasputin a leggere, sia pure con molto stento; a scrivere imparerà da solo di lì a non molto, anche se quest’arte rimarrà per lui soltanto a livello di apprendistato, e pur tuttavia, specie nel suo giornale di viaggio in Terra Santa, caratterizzata da una grande forza di persuasione.
Dal canto suo la zarina, che concede a Rasputin sempre più privilegi e onori, vuole chiarire di persona le dicerie e le storie che riguardano il suo passato e invia la sua fedelissima dama di corte Anna Vryubova al villaggio natale di Grigorij proprio per accertare quanto vi sia di vero nelle voci che circolano e che danno lo starec come un dissoluto, una canaglia che fin dall’epoca in cui ha avuto l’età della ragione ha commesso misfatti di ogni sorta.
Infatti, per demolire la figura morale dello starec, coloro che già gli erano ostili, avevano riesumato la vecchia storia del suo nome, facendolo risalire ai lemmi di corrotto, degenerato, stupratore.
Così Anna Vryuboa è dunque la donna che, accompagnata dalla principessa Orlona, viene ricevuta con tutti gli onori a Pokrovskoe, perché la si sa invitata dell’imperatrice. La donna visita la casa di Rasputin, conosce la moglie di Rasputin, suo padre e i suoi figli e intervista molti abitanti del villaggio chiedendo notizie dello starec. Chiunque lo dipinge come un uomo santo, un eletto del Signore e spiegano inoltre che il nome Rasputin deriva da “rasputi” che significa biforcazione. Infatti, il villaggio di Pokrovskoe sorge al bivio tra Tjumen’ e Tobol’sk e in antico si chiamava Padrino-Rasputje.
Inoltre Anna scopre, visitando alcune case del villaggio, che gli abitanti usavano esporre in casa immagini di Grigorij davanti alle quali, come si fa per quelle dei santi, ardevano lampade votive.
Con questa conferma, ogni dubbio di Alessandra cade, e lo starec diviene per sempre il santo per antonomasia, la speranza della Russia, l’inviato del Signore. Chiunque riconosceva in lui un innegabile potere magnetico, un intuito formidabile, un’intelligenza grezza ma intatta e penetrante una forza amorosa in pratica inesauribile.
L’autunno successivo la famiglia imperiale parte per trascorrere un po’ di tempo in Polonia e Rasputin decide di recarsi per qualche tempo alimmagine5 suo villaggio dove viene accolto con tutti gli onori.
Dopo questa parentesi, Rasputin torna a San Pietroburgo a rassicurare con la sua presenza, che costituisce una vera e propria garanzia per la salute del principe ereditario, la famiglia imperiale.
Così Rasputin a corte, lo zar si può dedicare completamente a quella che è la sua passione principale, la politica estera, dove, nonostante il grande impegno, speso fino dalla sua ascesa al trono, non ha subito che un crescendo di scacchi, basti pensare alla sconfitta della Russia nella guerra con il Giappone svoltasi nel 1894 – 1895.
L’impegno dello zar nella politica nazionale non aveva dato risultati migliori. Nei primi anni del 1900 l’area rivoluzionaria aveva ripreso a salire. Le autonomie concesse agli studenti li avevano spronati a nuove dimostrazioni; le concessioni politiche avevano innescato una esplosione a catena verso sempre nuove conquiste.
Si erano avuti scioperi dei tipografi cui aveva fatto seguito un’agitazione dei ferrovieri, sino ad arrivare al fermo totale di tutte le attività civili. La situazione, con lo zar immobilizzato e privo di collegamenti a Peterhof, era giunta ben presto a un punto di rottura tale che erano state prese tutte le disposizioni per condurre in salvo in Inghilterra la famiglia imperiale, spaventata oltre ogni dire dall’apparizione dei primi Soviet, radicalmente decisi a combattere sia il governo sia la proprietà privata. Né i contadini erano stati di meno: violenze ancora nelle campagne, uccisioni, soprusi cui neppure la legge marziale era servita a mettere a freno. In un contesto simile lo zar pensava che la reazione migliore per soffocare le rivolte sarebbe stata la nascita di un governo militare che avrebbe schiacciato la ribellione con la forza pura e semplice ma molti dei suoi generali cercavano di suggerire allo zar di concedere al popolo una costituzione.
Pressato da molti esponenti della stessa aristocrazia e da alcuni ministri lo zar decide di concedere al popolo russo una sorta di costituzione per calmare gli animi dei rivoluzionari. Così come aveva fatto l’Inghilterra duecento anni prima e come già fatto da Stati Uniti, Francia, Austria, Prussia e Giappone anche la Russia con il documento denominato “Il Manifesto di Ottobre” aveva accordato ai cittadini diritti civili, una certa libertà elettorale e soprattutto un parlamento, la Duma, attribuendogli poteri legislativi.
Il 10 Maggio 1906, nel vestibolo di San Giorgio del Palazzo d’Inverno si ha la prima riunione del neo parlamento russo, la Duma. L’assemblea inizia con un messaggio dell’imperatore letto con voce sicura ma da cui tutti rilevano una cosa soltanto: la promessa amnistia non c’è. I politici e i nobili guardano con sdegno i malvestiti e ostili rappresentati del popolo ma Rasputin, presente alla riunione, con il suo buon senso popolano, intuisce che quegli uomini malvestiti sono l’espressione di una Russia che sta mutando.
I socialisti, marxisti socialdemocratici, i democratici costituzionalisti noti come i cadetti di Miljukov, gli ottobristi di Guckov, a eccezione di coloro che siedono all’estrema destra reazionaria, vogliono più potere e più riforme. Ma Nicola non intende concedere né l’uno né le altre.
Il primo progetto di legge che Goremykin presenta alla Duma concerne l’opportunità di costruire una lavanderia all’università di Dorpat!
Quando si viene a discutere di argomenti gravi davvero, come le uccisioni perpetrate dalla polizia russa ai rivoluzionari e la riforma agraria, Nicola, con la complicità del nuovo primo ministro Petr Stolypin, scioglie una Duma che, a parer suo, osa sindacare troppo su fatti che dovrebbero coinvolgere solo le decisioni imperiali o del primo ministro.
In questo clima morale, la fama di Rasputin cresce, cresce anche la stima verso il suo senso religioso, e il suo modo di ricercare il sacro. In fondo, il suo rude modo di fare, la sua spontaneità contadina affascinano una società decadente e corrotta come è quella di San Pietroburgo: una città esausta e incolore, incerta e combattuta, incapace di una vera fede sia religiosa sia civile, che cerca conforto e rifugio nell’occultismo, nelle pratiche magiche e nella superstizione.
Ma presto Rasputin diventa oggetto di gelosie ed invidie da parte di molti, non solo aristocratici e nobili ma anche esponenti della Chiesa ortodossa che inizialmente gli si erano presentati come amici.
Vengono diffuse sul suo conto le peggiori calunnie. Viene dipinto come un seguace della setta dei Chlysty, un peccatore travestito da apostolo che conquistava con il suo fascino le donne russe approfittando di loro, un violentatore di fanciulle e di monache, frequentatore di locali di pessima fama. Alcune voci addirittura arrivano a dichiarare che perfino la zarina sarebbe diventata sua amante.
Il fatto che l’imperatrice trovasse che le dicerie contro Rasputin fossero tutte calunnie o semplici tentazioni, cui il santo starec si guardasse bene dal cedere, non riesce a convincere il monaco Il’jodor, il quale tenta a suo modo di allontanare il rivale dalla famiglia dello zar con ogni mezzo. Da questo momento Rasputin viene aggredito dalla maldicenza di Il’jodor, il quale rilascia ampie dichiarazioni sullo strano modo che lo starec ha di intendere la religione, e divulga ampie descrizioni di come passava il tempo con le donne di San Pietroburgo che lo seguivano.
Intanto Rasputin decide di intraprendere un viaggio in Terra Santa. Resta di questo periplo un diario che descrive gli intensi momenti vissuti durante le soste nei vari luoghi e nelle differenti città.
Descrive la sua permanenza a Kiew e gli attimi di profonda spiritualità vissuti nel monastero dove l’immagine della Madonna suscitano in lui pensieri sublimi. Le pagine dedicate a Costantinopoli sono ugualmente struggenti. Il duomo dell’Aghia Sofia conquista la sua ammirazione, anche se in Rasputin c’è il rammarico di vederlo ora nelle mani dei turchi; il suo pensiero subito si esalta di fronte al pulpito da cui ha predicò San Giovanni Evangelista, si commuove davanti alla colonna a cui fu incatenato Cristo, tende gli orecchi come a udire ancora la voce di San Giovanni che da quel luogo aveva parlato. Giunge poi a Militene, dove San Paolo ha predicato e “dove accese la fiamma della fede nelle anime di tanti martiri”. Anche Efeso colpisce Rasputin, perché lì visse l’apostolo Giovanni e vi terminò il suo Vangelo; qui crede di sentire nel rumore del mare un’eco dell’antica predicazione. L’isola di Chio gli ispira pensieri edificanti, perché in essa fu martirizzato Sant’Isidoro. Trova Rodi notevole per i suoi giardini dove a febbraio già le piante sono in fiore. Giunge poi a Beirut e Giaffa dove visse il profeta Elia.
L’inno più alto Rasputin lo scioglie, però, quando giunge a Gerusalemme, che paragona al “paradiso terrestre della tranquillità”. Il sepolcro di Cristo lo commuove, sale sul Golgota, è sul luogo dove la Madonna pianse, quando Gesù venne inchiodato alla croce; visita la casa di Giuda e quella di Pilato, lo speco della Vergine, la sepoltura di San Giuseppe, l’orto di Getsemani.
Tornato a San Pietroburgo Rasputin si installa nel suo nuovo appartamento al numero 64 della Gorochovaja Ulitza, dove resterà per cinque anni, e intanto la situazione politica russa va rapidamente deteriorandosi.
Nel 1906, la residenza estiva del primo ministro Stolypin viene devastata da una bomba. Salvatosi per miracolo, ma con il dolore di vedere uno dei propri figli mutilato per sempre, la sua risposta fu in un primo tempo brutale con centinaia di impiccagioni, tanto da far dire che il nodo scorsoio poteva ormai essere considerato la cravatta di Stolypin.
Egli era troppo uomo di Stato per non intendere che occorreva anche giungere a sostanziali mutamenti. Egli infatti aveva dato avvio a una riforma agraria che, se per ovvi motivi non era piaciuta a Lenin, aveva avuto però il merito di creare una nutrita categoria di piccoli proprietari di terre, sottratte così alle periodiche divisioni cui i campi di ogni villaggio russo erano soggetti.
Era quella voluta da Stolypin, una classe sociale che avrebbe potuto imprimere al corso della storia russa un andamento del tutto diverso da quello che invece ebbe, e che la miopia di Nicola, sobillato da elementi oltranzisti, aveva fatto fallire. Stolypin venne ucciso a revolverate da un terrorista, nel corso di una rappresentazione teatrale a Kiev.
In questo clima politico e sociale, Rasputin si insedia nel suo nuovo appartamento che gli è stato procurato dalla Vryubova, e vi si installa con la famiglia, fatta venire da Pokrovskoe.
Sono con lui le figlie Marija e Varvara, le cugine della moglie, Katja e Dunja, e il vecchio padre. Sua moglie Praskovia Fedorovna si alterna fra San Pietroburgo e il villaggio siberiano.
Rapidamente, si costituisce attorno a lui un gruppo di fedeli, tra cui molte donne. Il numero dei postulanti, che intendono avvalersi della influenza che Rasputin sta con celerità incrementando negli ambienti più altolocati, appare senza limiti. Tutti chiedono od offrono qualcosa: devoti, avventurieri, militari in cerca di avanzamento, immagine6funzionari, politici. Rasputin riceve tutti e tutti con attenzione ascolta. E’ in questo periodo che la famigerata polizia russa, l’Ochrana, cominciano a inviare agenti al domicilio di Rasputin per investigare e seguire i suoi spostamenti.
Attorno a Rasputin, a parte il seguito abituale di donne detto la “corte del Profeta”, gravitano numerose altre figure appartenenti all’alta aristocrazia russa.
Con l’aumentare della sua notorietà aumentano anche i suoi nemici. Si tratta inizialmente di nobili invidiosi della posizione che Rasputin aveva guadagnato accanto allo zar mentre successivamente anche politici ed esponenti militari cominciano a tramare contro di lui. E’ nell’espletare questo piano che si servono appunto della polizia russa, tramando alle sue spalle per farlo apparire come un dissoluto, ed un insaziabile erotomane. Partono proprio in questi anni i primi resoconti dei servizi di sicurezza che descrivono le avventure che quotidianamente Rasputin conduceva nel suo appartamento.
Le calunnie diventarono sempre più dettagliate tanto da immaginare che dietro la loro ideazione si era creata una vera e propria cospirazione che usava tutti i mezzi per diffamare e screditare lo starec. Pare che per poter muovere accuse e giudizi giustificati fosse stato ingaggiato un sosia di Rasputin affiche costui risultasse responsabile di delle azioni e dei comportamenti compiuti al fine di porlo in cattiva luce. Fu in questo modo che ancora oggi ci si può imbattere in documenti in cui vengono attribuiti a Rasputin azioni da lui mai compiute.
Intanto il movimento attorno a Rasputin diviene tanto vorticoso da far presumere che, tra non molto, egli scivolerà anche in un settore che fino a quel momento si è giudiziosamente precluso: quello della politica.
Durante questa ascesa Rasputin si circonda di due uomini: Dobrovolskij e Simanovic.
Intanto nel salotto del suo appartamento, prosegue la frenetica attività di Grigorij. Talvolta la fila dei postulanti arriva sino al portone del palazzo, si allunga addirittura sul marciapiede.
Tra una chiamata e l’altra a Carskoe Selo, dove Rasputin è convocato dall’imperatrice o da Nicola, che egliimmagine7 tratta si con amichevole confidenza, ma anche con una certa trepidazione, i visitatori che vanno da lui non sono soltanto postulanti da poco.
Sono in molti a voler usufruire delle sue doti di veggente e guaritore, inoltre pare che i suoi consigli non solo di carattere spirituale aiutassero molti. Così tra i personaggi di rilievo si può citare: il governatore di Tobol’sk, il senatore Mamontov, il banchiere Rubinstein, la principessa Dolgorukij, il generale Kleigels ex governatore di San Pietroburgo e il direttore della Banca Internazionale conte Tatisev.
Dopo la morte di Stolypin a capo del governo viene nominato Vladimir Kochovcev che presto si permette di consigliare lo zar su alcune posizioni pericolose che potrebbero inasprire ancora di più la difficile situazione popolare. Egli sostiene che la Corona non dovrebbe sopprimere le voci della libera stampa ma lo zar non intende retrocedere e non accetta intromissioni sulle sue scelte di politica nazionale; così facendo però l’imperatore non fa altro che confermare il suo disprezzo verso il parlamento e verso il popolo.
Nel frattempo la zarina desiderosa di conoscere la famiglia di Rasputin chiede un incontro nel quale conosce sua moglie e i suoi figli.
Queste visite proseguiranno ancora rafforzando ancor più il legame di Rasputin con la famiglia imperiale. La notizia dell’intimità che si è creata fra Rasputin e i Romanov non può che allarmare certi circoli specie quelli ecclesiastici.
Convinti di non poterlo più dominare e spaventati dalla crescente riconoscenza dello zar verso lo starec Teofanee ed Ermogene cercano di corrompere Rasputin offrendogli cinquecentomila rubli affinché abbandoni San Pietroburgo e si ritiri per sempre a Pokrovskoe. La somma proposta è enorme ma lo starec rifiuta.
Più di una volta Rasputin dimostrò di non mirare nè al denaro né alle più alte e ambite cariche ecclesiastiche. A dimostrazione di ciò egli qualche tempo prima aveva rifiutato una posizione altissima nella chiesa ortodossa offertagli dalla zarina, così le rispose Rasputin dopo quella proposta: “Grazie mamma ho troppa poca esperienza e istruzione per aspirare ad un simile posto. E’ solo alla Madonna che io debbo i miei poveri doni, e se smettessi di servirla come oggi sto facendo, verrei meno alla mia missione”.
Sempre più incapaci di fermare l’alta considerazione dello zar verso Rasputin Il’jodor, Teofane ed Ermogene cominciano nelle loro prediche a inserire invettive contro il “falso monaco”, il “blasfemo profeta”, “colui che sta corrompendo la santa chiesa”. In particolare Il’jodor escogita un piano articolato: da una parte cerca di ricattare Rasputin e i suoi protettori e dall’altra allontanare da lui Olga Lochtina il cui appoggio gli aveva consentito conoscenze influenti.
Così Il’jodor riesce a farsi invitare da Rasputin in Siberia per trascorrere i mesi estivi a Pokrovskoe. Il perverso monaco trascorre ore ed ore con gli abitanti del villaggio e diviene intimo amico del Pope Pëtr. Il suo scopo è quello di apprendere cose poco edificanti sul conto dello starec e in parte ci riesce: fra fatti veri e calunnie mette insieme un vero dossier.
Subito dopo tornato a San Pietroburgo invita Olga Lochtina al suo palazzo e dopo che la donna gli manifesta il suo rifiuto assoluto a tradire Rasputin Il’jodor la accusa di essere una strega ed un’eretica e lascia che un gruppo di fanatici, suoi seguaci la torturi quasi fino ad ucciderla.
Tutti a San Pietroburgo, anche per l’intensa opera di persuasione messa in atto dalla Vriudova e dal marito della povera Olga Lochtina, apprendono quale sia la verità e quale, in effetti, sia l’animo e gli intendimenti di Il’jodor. Non si riescono a trovare prove sufficienti contro di lui per processarlo ma la famiglia imperiale perde ogni fiducia nei suoi confronti.
La posizione dello zar fu pubblicamente dimostrata quando in occasione della nomina del vescovo di Tobol’sk, una delle più importanti diocesi dell’impero, Nicola II su suggerimento di Rasputin nomina l’onesto Varnava conosciuto dallo starec durante le sue permanenze al monastero di Verchoturje.
Il’jodor che aspirava a tale carica e che credeva fermamente nella sua nomina rimane annichilito all’annuncio imperiale ed insieme ai suoi seguaci giura vendetta contro Rasputin.
immagine8Nei giorni che seguono, Rasputin si reca, come al solito, senza nessun sospetto a una riunione ecclesiastica ma appena entrato in sala viene aggredito da una dozzina di uomini tra cui Ermogene e Il’jodor. Quest’ultimo inferocito usando una pesante croce episcopale lo ferisce sul volto sfregiandolo per sempre. Dopo ciò gli rinnova la proposta di lasciare San Pietroburgo accettando un compenso di un milione di rubli, in caso di rifiuto non gli avrebbero mai dato tregua e lo avrebbero castigato in modo esemplare.
Rasputin sanguinante sa che quella può essere una minaccia di morte, ma rifiuta e uscendo barcollando dalla sala riesce a tornare a casa dove trova Anna Vriubova che chiama subito un medico. Anna appena tornata a Carskoe Selo racconta tutto a Nicola e ad Alessandra. La reazione dello zar è immediata: Ermogene viene relegato in una piccola città siberiana mentre Il’jodor viene sottoposto ad una perizia medica e considerato pazzo e megalomane è esiliato in un lontano monastero con l’ordine imperiale di non allontanarsi dalle vicinanze.
Dopo la temporanea esclusione di Il’jodor il nome di Rasputin diviene ancora più prestigioso e molti uomini potenti e ricchi gli si avvicinano e cercano di stringere amicizia con lui. Ormai, quell’uomo, così vicino allo zar da aver potuto umiliare prelati tanto potenti, non ha ai loro occhi solo facoltà di leggere nelle anime, guarire malati e anticipare il futuro, ma ha pure quella di poter essere utile ai fini politici e speculativi. Questi personaggi, insomma, vogliono sfruttare non solo la fama taumaturgica di Rasputin ma anche e soprattutto le sue più verificabili e utili influenze.
Affluiscono così allo starec offerte sempre più cospicue che egli accetta ma solo per destinarle all’andamento della casa, sempre più dispendioso e all’aiuto degli innumerevoli postulanti che sovente sfruttano la sua carità e il suo buon cuore.
La considerazione degli zar si accresce ancora quando Rasputin salva ancora una volta Alessio dopo che in seguito ad una caduta rimane profondamente ferito durante un periodo di permanenza in Polonia. Questa volta Rasputin avvisato tramite un telegramma guarisce lo zarevic a distanza con la potente forza della preghiera. I Romanov sanno che questo secondo e prodigioso regresso del male è dovuto soltanto alle facoltà taumaturgiche di Rasputin al quale, quando Nicola e Alessandra fanno rientro a palazzo, vengono tributati gli attestati di stima e riconoscenza più affettuosi.
Tuttavia l’appoggio imperiale non è sufficiente a coprire del tutto Grigorij. Contro di lui l’opposizione si fa ogni giorno più forte, non solo in seno alla chiesa ma anche nelle alte sfere della polizia e della burocrazia. Anche molti componenti della famiglia imperiale gli sono ostili. Tutto ciò a causa delle palesi posizioni assunte pubblicamente da Rasputin: il suo pacifismo, le sue idee di concedere le terre ai contadini e i palazzi dei nobili a istituti di beneficenza, le sue simpatie per la minoranza ebraica.
L’8 Ottobre 1912, scoppia la guerra nei Balcani e Bulgaria, Serbia, Montenegro e Grecia entrano in campo contro la Turchia. Molti militari in carriera tra cui il granduca Nikolaj Nikolaevic pensano che “una piccola guerra” fortunata sarebbe stata utile per accrescere il prestigio della Russia.
Nicola deve decidere se intraprendere questa guerra e come in molte altre occasioni non sa risolversi, così si rivolge a Rasputin. Lo starec sa bene cosa i nobili e i militari stanno macchinando e odia la guerra con tutte le proprie forze. Approfitta di un incontro che ha con l’imperatore per esporgli il proprio pensiero e conclude dicendo: “non distruggere ciò che è stato con grande fatica costruito dai tuoi antenati, e che solo ora comincia a dare i suoi frutti. Dimentica questa mostruosità e dichiarati contro la guerra. Ricorda che Dio ha detto: non uccidere! Rispetta questo comandamento, se non vuoi perdere il trono. La guerra porta sempre con se la rivoluzione”.
Nicola ascolta con attenzione le parole di Rasputin e dopo tre giorni comunica alla Duma che non ci sarebbe stato nessun intervento russo nei Balcani.
Appresa la notizia il granduca Nikolaj attribuisce questa decisione all’influenza dell’amico Rasputin e raggiunto a casa sua lo aggredisce infuriato negandogli la sua amicizia e il suo appoggio futuro.
Così a causa della sua battaglia per la pace Rasputin si guadagna ostilità e le inimicizie di molti potenti della corte Russa che vedevano nella guerra enormi opportunità di potere e arricchimento. Tra costoro vi erano l’imperatrice madre Marija, la principessa Zenaide Jusuova.
Le questioni politiche durante il 1912 e il 1913 divengono sempre più complesse e molti uomini vicini allo zar cercano continuamente di spingere verso la guerra contro la Turchia. Nel 1913 la famiglia imperiale decide di compiere un viaggio lungo tutta la Russia in occasione delle celebrazioni per il terzo centenario della dinastia Romanov. Rasputin accompagna lo zar nei suoi numerosi spostamenti.
La situazione sociale nel frattempo peggiora, le agitazioni sono all’ordine del giorno, anche se in apparenza esse hanno perduto di consistenza numerica. Ma la qualità sta facendo aggio sulla quantità: è questo un segno che la rivoluzione non si spegne ma si organizza.
L’odio profondo contro Rasputin sale a mano a mano che la marea bellicista, alimentata da alcuni circoli militari e politici, monta fino a sommergere il paese. Evidentemente, i discorsi che egli tiene in molte occasioni non sono adatti alle orecchie dei potenti. “Ai contadini non servono le guerre” dice e scrive Grigorij ai suoi protettori; “le guerre giovano solo a chi vuole specularci sopra. Sia maledetto il denaro che nasce dal sangue del popolo”.
Il mužik siberiano, nel suo innato buonsenso, avverte che una parte del cuore dei Romanov gli è preclusa, ed è la parte su cui, per motivi contrastanti, né le visioni né le profezie né le ammonizioni di stragi e di lutti immani possono far presa. E’ ora nell’animo di Nicola e di Alessandra un insensato astio contro la strapotente Germania, la convinzione di fare, con la guerra, il bene della patria; anche se il conte Witte, con la sua attempata saggezza, avverte: “ancora dieci anni di pace e di progresso pacifico e la Russia avrà scongiurato ogni pericolo di rivoluzione”; ma cosa può il buonsenso di un vecchio politico contro le sottili suggestioni dei generali avidi di gloria e di medaglie, e dei finanzieri desiderosi di moltiplicare i capitali? Del resto, cortigiani e ministri hanno buon gioco contro Rasputin, grazie alle calunnie diffuse sul suo conto per distruggere la sua figura e i suoi propositi scomodi a molti.
I Veri Russi, la potente lega reazionaria, che prima aveva protetto e appoggiato Grigorij, ora lo osteggia in ogni modo. Di essa fa parte il settore più influente della vita nazionale: governatori, commissari di polizia, segretari di potenti ministri, deputati. Da ogni parte, sia dall’Ochrana sia dal Santo Sinodo, piovono sul tavolo dello zar rapporti contro Rasputin.
Nicola e Alessandra leggono in un primo tempo con noncuranza, mai con una certa preoccupazione, questa enorme montagna di carta e poi, anche se ufficialmente le danno peso, essa non influenza in nessun modo il loro animo.
Se Ermogene e Teofane non hanno modo di muoversi dalle loro sedi il più abile Il’jodor, che nelle pene dell’esilio ha riacquistato intatta, e ha anzi potenziato, la sua quasi illimitata capacità di inveire, riesce ad abbandonare la clausura di Floricva Pustin e a riparare in Svezia, dove subito inizia la propria campagna contro Rasputin. Da voci che giungono sembra abbia intenzione di comporre addirittura un libro contro lo starec (“Il Diavolo Santo”), con maliziosi accenni ad Alessandra, probabilmente servendosi delle lettere rubate dalla casa di Grigorij durante la sua permanenza a Pokrovskoe.
In questo clima difficile Rasputin decide di trascorrere un po’ di tempo nella sua terra in Siberia, ma dopo qualche tempo e precisamene il 25 luglio del 1914 la zarina chiede a Grigorij di rientrare subito a San Pietroburgo, perché un grave pericolo minaccia il paese e occorre la sua presenza per scongiurarlo. Rasputin decide di partire al più presto.
Mentre si reca ad inviare un telegramma di risposta all’imperatrice una donna avvolta in uno scialle nero gli si avvicina e traendo dalla veste un coltello affilato con un grido di soddisfazione glielo immerge nel ventre. Poi, estratta l’arma dalla ferita, cerca di reiterare il colpo, ma Rasputin nonostante il dolore la percuote al capo con un pugno, stordendola. Nel frattempo riesce a tornare a casa sanguinante e il medico accorso subito lo obbliga a recarsi all’ospedale di Tjiumen dove avrebbe potuto essere curato adeguatamente.
Mentre, nei locali della polizia, la donna attentatrice di nome Kjonya Guseva viene protetta a stento dagli attacchi della folla, che vuol fare giustizia sommaria, il capo del villaggio invia un telegramma alla zarina per metterla al corrente di quanto è accaduto. Nei giorni seguenti, appaiono chiari a una prima inchiesta i legami che uniscono la Guseva all’esule Il’jodor, per il tramite del gruppo di azione della diocesi di Caricyn.
La Guseva infatti aveva dimorato a lungo in un convitto annesso al monastero, dove era divenuta una delle discepole più ferventi del monaco proscritto. Un altro particolare scompiglia non poco la polizia. La falsa mendicante era stata accompagnata a Pokrovskoe da un uomo che, dopo aver avvertito il pope del suo arrivo, l’aveva sistemata in un piccolo albergo, pagando due giorni anticipati di pensione. Le prime parole di Rasputin, appena riprende conoscenza dopo la lunga operazione, sono di perdono verso la feritrice, che infatti viene rilasciata dalla polizia.
Il 8 giugno del 1914 il granduca Francesco Ferdinando d’Austria viene assassinato a Sarajevo e ciò offre all’Austria l’irragionevole pretesto di schiacciare la Serbia, forte per l’assegno in bianco che il Kaiser Guglielmo le firma il 5 luglio con la promessa di sostenere ogni sua azione.
Pochi giorni dopo Nicola, privo anche dell’influenza pacifista di Rasputin, rilascia un’altra incauta dichiarazione: “In nessun caso la Russia rimarrà indifferente al destino della Serbia”. Il presidente francese Raymond Poincaré, in visita a San Pietroburgo col primo ministro Viviani, riafferma la solidarietà delle due Potenze; e, mentre gli ospiti sono sulla via del ritorno, l’Austria dà alla Serbia un ultimatum di ventiquattro ore. Cinque giorni dopo, dichiara la guerra.
Il 29 luglio, Nicola ordina la smobilitazione delle proprie frontiere e il 1 agosto 1914 l’ambasciatore tedesco gli consegna la dichiarazione di guerra.
Rasputin apprende la notizia dal proprio letto d’ospedale, e invia allo zar un telegramma: “Amico mio, te lo ripeto una volta ancora, una tempesta terribile minaccia la Russia. Un disastro, una sofferenza infinita. E’ buio. Nessuna stella brilla nel cielo. Vedo un mare di lacrime! Un oceano di sangue! Cosa posso dirti di più? Non ci sono parole. Il terrore è indescrivibile! So che tutti vogliono la guerra, anche i migliori. Non si rendono conto che stiamo correndo verso l’abisso. Tu sei lo zar, il padre del nostro popolo.
Non lasciare che la follia trionfi. Non permettere che essi si perdano e ci perdano. Il gorgo è troppo profondo. Può darsi che noi si vinca la Germania. E poi? Cosa succederà della Russia? Il nostro paese non ha mai sofferto un martirio più grande di quello che ci aspetta. La Russia annegherà nel proprio sangue. La perdizione è completa”!
A questo telegramma altri ne seguono, sempre più supplichevoli, sempre più pressanti ma tutti i suoi sforzi sono vani. L’implacabile macchina è in moto.
Nessuno ormai è più in grado di fermarla, anche perché a spingerla stanno, ipnotizzate ed entusiaste, le medesime folle che ne dovranno essere distrutte.
La fiamma patriottica divampa in tutta la Russia. Il giorno seguente la dichiarazione di guerra, quando Nicola legge dal balcone del Palazzo d’Inverno il giuramento di Alessandro I “combatteremo finché un solo soldato nemico rimarrà sul nostro suolo…”, la piazza dove la polizia di stato aveva preso a fucilate il popolo nel 1905 va in delirio. Mai vi è stata tra sudditi e Corona, dal lontano 1812, quando la folgore napoleonica era venuta a colpire, una unione più grande.
Qualcuno però, come il vecchio conte Witte, non si unisce a tanto entusiasmo. Egli avrebbe abbandonato  volentieri la Serbia al proprio destino, pur di non arrestare il progresso economico e sociale per la cui instaurazione si era tanto adoperato.
La Duma, sempre così divisa, o come dice Rasputin dal suo letto di dolore, così “unita nella volontà di non volere nulla, perché anche il poco sarebbe certo la sua rovina”, si dimostra solidale e appoggia in ogni modo le iniziative belliche. Il partito socialista rivoluzionario rinuncia alle sue azioni terroristiche e anarchiche, i menscevichi non promuovono più scioperi.
Solo il partito bolscevico si duole dell’unione sacra e del patriottismo che si diffonde, e così l’arresto di alcuni suoi esponenti passa senza proteste.
Nicola esce, in questi giorni, dalla sua abulia, mentre la zarina non perde occasione per riaffermare il proprio spirito antigermanico, all’evidente scopo di fugare, data la sua nascita, ogni sospetto filotedesco.
Come prova di patriottismo nazionale il nome della città di San Pietroburgo viene mutato in quello assai più russo di Pietrogrado.
Nicola, che vorrebbe assumere il comando delle truppe al fronte e che ne viene energicamente dissuaso dai ministri impone per tutta la durata della guerra la proibizione della vendita di liquori.
L’imperatrice e le granduchesse si adoperano nelle opere di assistenza e negli ospedali.
Il 3 agosto le truppe tedesche si scagliano contro il Belgio e la Francia, a seguito di ciò la Gran Bretagna entra in guerra.
Alla fine di agosto Rasputin invita ancora alla riflessione ma ormai i russi stanno cavalcando una tigre infuriata da cui non potranno più scendere.
Nel mese di ottobre, quando Rasputin può alla fine rientrare a Pietrogrado, i russi, benché duramente impegnati, costringono, nei pressi di Varsavia, i tedeschi a ritirarsi; ma la situazione rimane per loro ugualmente drammatica. Manca tutto: fucili, cannoni, pallottole. Le perdite umane sono spaventose, si parla di un milione di uomini.
Rasputin trova ad accoglierlo una capitale a lui sconosciuta. Lo attende Anna Vryubova e altri amici ai quali parla del terribile attentato subito in Siberia.
Anche a Manjulov Rasputin espone alcuni suoi sospetti circa il fatto. Se la mano della Guseva è stata armata dal fanatismo che Il’jodor ha saputo trasfonderle, il coltello, per così dire, è venuto da assai più lontano. Grigorij si era già opposto alla guerra nei Balcani, di conseguenza appena si erano profilate, dopo la visita di Poincaré, le prime concrete possibilità di conflitto e la zarina aveva inviato il noto telegramma qualcuno dello Stato Maggiore (può darsi il graduca Nikolaj) doveva aver ordinato l’attentato.
Anche incontrando il vecchio conte Witte Rasputin ha modo di chiarire molti dettagli di quello che stava accadendo in Russia in quei giorni. Anche il vecchio statista è contrario alla guerra e gli chiede di appoggiarlo per raggiungere questo scopo. Per lui, quel conflitto è una tragedia senza scopo e i cui soli sbocchi sono la sconfitta e la rivoluzione. Tra l’altro sembra che la Russia sia impegnata ad accettare a scatola chiusa qualunque trattato di pace gradito alla Francia e all’Inghilterra, in altre parole, la condotta delle operazioni è interamente condizionata all’interesse degli alleati.
E’ dunque necessario che Rasputin parli all’imperatore per presentargli l’inutilità della guerra ai fini russi, senza contare che l’Austria è già praticamente in ginocchio, la Francia ha avuto più di quanto meriti e l’Inghilterra poi non è un vero e proprio alleato. Nella guerra di Crimea, essa fu addirittura contro la Russia. Ha impedito all’India, quando tutto il paese lo chiedeva, di diventare un protettorato russo. Ha chiuso il canale di Suez durante il conflitto col Giappone. Ciò che interessa gli inglesi sono soltanto i mercati russi. Vinta la Germania, distrutte le sue fabbriche, uccisi gli operai, essi sarebbero a sua disposizione.
Il colloquio si chiude con una promessa che Witte fa a Rasputin: agirà anche lui, presso uomini influenti e  preparati, in favore della pace. Il vecchio statista avverte però Grigorij: “cercheranno ancora di attentare alla tua vita. La presenza di un uomo del popolo accanto al trono è una cosa che molti vedono di malocchio ed è invece un fatto essenziale per la salvezza della Russia”.
I documenti che Witte consegna a Rasputin per appoggiare la sua azione presso lo zar sono quanto di più sconfortante sia possibile offrire sulla disorganizzazione dell’esercito, dei trasporti, delle munizioni, sul morale delle unità combattenti. Inoltre esistono le prove che i granduchi Nikolaj e Cirillo, che sono a comando dell’esercito odiano la zarina. Nikola in quei giorni è troppo impegnato per ricevere Rasputin, o forse intuisce cosa vuol chiedergli e sa che non è sua facoltà accordarglielo, anche se ha, per lo starec, tutta la gratitudine dovuta a colui che ha fatto, anche dopo una recente ricaduta, rifiorire la salute di Alessio, il quale, vestito da ufficiale, ora può seguire il padre nelle ispezioni alle truppe. Mentre Rasputin attende che lo zar lo riceva, le sue udienze divengono più numerose, sono ora composte in prevalenza di uomini di affari, di ufficiali, di ecclesiastici. Gli si chiede di intervenire, al solito, presso i sovrani o i ministri, di benedire immagini da inviare a coloro che sono al fronte. Il suo potere è tale che lo si ascolta in molte occasioni, è un periodo per lui di disperata attività. Cerca anche di riparare in qualche modo visitando i feriti; e la visione di tutto quel dolore, le amputazioni, la febbre, la cancrena, la morte, accrescono la sua volontà di fare qualcosa per la pace, sia pure per una pace separata.
L’inverno del 1914 e le prime settimane del 1915 trascorrono come in un bianco incubo di gelo. Mentre i combattimenti si trascinano stancamente e ogni previsione ragionevole parla di grandi sacrifici per il futuro la tristezza è in tutti gli animi. Circolano voci paurose sul tradimento, sull’incuria e sulla concussione, anche negli alti gradi militari.
Il servizio sanitario, di cui Rasputin può, a preferenza degli altri, rendersi conto a causa delle sue continue visite agli ospedali, è in tragiche condizioni.
I sacri diritti degli agonizzanti e dei feriti vengono posposti alle beghe meschine che dividono i responsabili.
I treni ospedali trasportano feriti nudi, adagiati sul tavolato, senza nemmeno un po’ di paglia e privi di cibo. Alle ambulanze della Croce Rossa si lesina o si nega il carburante.
In tale clima, si pensa di risolvere tutto dando una feroce e insensata caccia alle spie, che ben presto assume un tono parossistico. Si vedono infiltrazioni tedesche ovunque, e questa, per il suo sincero anelito di pace, è l’accusa che più delle altre si comincia a mormorare contro Rasputin.
Ai primi di marzo (1915) Grigorij viene finalmente ricevuto in udienza privata dallo zar. Egli trova lo zar raggiante per i vantaggi seguiti: “Dio è con noi” dice l’imperatore; “soltanto a Rauja-Ruska abbiamo ucciso duecentocinquantamila nemici e altrettanti ne sono stati fatti prigionieri. Non è lontano il giorno in cui distruggeremo l’impero tedesco e ridurremo l’Austria al Tirolo e a Salisburgo”.
Ma Grigorij non condivide tanto entusiasmo: “Non hai contato le nostre perdite. Ricorda che i soldati russi che vengono uccisi sono tuoi figli, e tutto ciò avviene non per una guerra santa, ma per una guerra commerciale” a questo punto, Rasputin getta sul tavolo il fascio di carte che gli hanno procurato Witte e Manjulov; “ecco le prove: manca tutto, fucili, munizioni, medicine, viveri. Continuare di questo passo è un assassinio. Ascolta tu stai distruggendo la Russia e la tua dinastia. Non farti accecare dall’orgoglio. La vendetta del Signore può essere terribile”.
Nicola, mentre Rasputin parla, resta come assente, gli occhi vitrei, il viso di marmo: ascolta ma non comprende. La zarina, che è entrata durante il colloquio, respira a fatica, ha le gote arrossate, come per una forte emozione, poi dice: “Grigorij, sappiamo che Dio parla attraverso la tua voce, ma tu non puoi e non devi influenzare in questo campo la volontà dello zar. Ricorda che punire il Kaiser è un suo dovere. Nicola, come ogni sovrano di diritto divino, non può che vincere”.
Rasputin resta un istante immobile e poi se ne va. Witte, quando Rasputin gli racconta l’esito del suo colloquio con lo zar, rimane molto avvilito, e giunge alla conclusione che una pace negoziata è la sola speranza per la Russia. Egli è sicuro che andando avanti avrebbero perso tutto. Anche il suo amico Manjulov, che assiste al colloquio, è del medesimo parere.
Nei giorni che seguono, Rasputin avverte una certa freddezza da parte dei suoi amici imperiali. Solo Anna Vryubova fa, in questo periodo, da tramite fra lui e i Romanov, visitando lo starec più volte la settimana e recando messaggi della zarina sulla salute di Alessio che sembra abbastanza buona.
Con Anna, Grigorij continua nella propria opera di convincimento, intesa a sottrarre la Russia da ulteriori, forse terribili prove. Del resto, il malcontento della popolazione, i discorsi dei feriti, gli forniscono elementi abbastanza allarmanti. Intanto qualche tempo dopo nella feroce battaglia di Lodz i russi perdono mezzo milione di uomini e gran parte dei benefici ottenuti precedentemente. Rasputin, mentre la zarina viene gratificata da molti col soprannome di “tedesca” e si addebitano anche a lei le numerose disfatte, dà ancora una volta prova delle proprie facoltà di guaritore.
Anna Vryubova rimane ferita gravemente in un incidente e trasportata in ospedale dalla principessa Gedrojc, viene data per spacciata. Rasputin viene chiamato il giorno dopo al suo capezzale dopo che già le era stata data l’estrema unzione. Nicola e Alessandra sono presenti. Grigorij prende una mano di Anna, in coma da moltissime ore, e fissandola con intensità le dice: “Svegliati! Parla”! L’ammalata apre gli occhi e sorride. Rasputin si rivolge ai sovrani: “Ella vivrà, anche se non sarà mai più come prima”.
Appena uscito dalla stanza, Grigorij cade a terra svenuto. L’enorme dispendio di energie lo ha indebolito fino a stremarlo. Ci vorranno giorni prima che egli possa riprendersi. Intanto la salute di Anna lentamente migliora e con la sua progressiva guarigione, l’amicizia dei Romanov riprende l’antico calore. Witte ne approfitta per reiterare a Rasputin i suoi consigli, affinché intervenga presso i sovrani e abbia anche cura di sé: “I veri traditori vogliono colpire la Russia attraverso la tua volontà”.
Non molto dopo, il conte Witte, che temeva anche per sé la mano degli assassini, muore. Il referto ufficiale parla di attacco cardiaco mentre invece c’erano evidenti prove che si trattava di avvelenamento, ma nonostante una denuncia l’inchiesta si insabbia.
Evidentemente qualcuno molto in alto intende eliminare coloro che stanno contro il proseguimento insensato della guerra. Rasputin, molto addolorato per la scomparsa dello statista, ha qualche sospetto, ma al momento nessuna certezza.
Ritornando al conflitto le speranze degli alleati si accendono di nuovo quando, nel maggio del 1915, l’Italia entra in guerra, tanto da far ignorare le proposte di pace avanzate dal principe Gotfried Von Hohenlohe-Schllingfurst e dal fratello della zarina arciduca Ernest von Hesse. Anzi lo zar, accompagnato dallo zarevic parte per il fronte. La benedizione di Rasputin e la morte di Witte, che considerava a torto un avversario della Corona, sembrano a Nicola due viatici di buon augurio.
Il medesimo giorno, in Galizia, i tedeschi accorsi in aiuto degli austriaci catturano duecentomila prigionieri russi. Il mese seguente, tutto ciò che a prezzo di sacrifici inenarrabili era stato conquistato è perduto.
Nicola sente che deve chiamare a raccolta il paese con alcuni provvedimenti liberali. In effetti, qualche risultato si ottiene, perché la creazione di un comitato centrale per le industrie di guerra cui tutte le categorie sono invitate a collaborare, gli sforzi degli Zemstvo e delle cooperative dirette dal principe L’Vov fanno sì che munizioni, medicinali e quanto indispensabile alle operazioni non manchino più.
In luglio, i tedeschi attuano un’altra offensiva e il 4 agosto 1915 cade Varsavia. Le perdite russe con questo nuovo scacco, toccano i tre milioni di unità.
L’esercito è in pratica disfatto. Su tutto il fronte orientale, ci si ritira fino alla linea Riga-Ternopol. La Polonia e parte della Lituania sono perdute.
Grigorij intende in ogni modo porre fine alla guerra, ma non con il tradimento, come qualcuno ancora oggi insinua, bensì con la resistenza passiva.
Egli pensa che una pace separata potrebbe costituire il primo passo verso una rivoluzione, salva sempre restando la formula imperiale. I possedenti di terre dovrebbero essere dimensionati, gli ebrei emancipati, in sostanza, ciò che Rasputin in modo confuso propugna, e ne discorre con pochi amici come Maus e Manjulov è una specie di socialismo monarchico, fondato sulla riforma agraria.
A questo punto, appare chiaro allo Stato Maggiore, all’unione degli Zemstvo e alla Duma chi sia in realtà contro di loro, e cioè Rasputin, gli ebrei, che si dice lo finanzino per la realizzazione di queste idee, e la zarina, succube dello starec. Questa idea rappresenta il partito della pace a ogni costo e va quindi abbattuta, magari soltanto tagliando una testa: quella di Rasputin. Ma egli per il momento ha la meglio. Da quella posizione strategica privilegiata che è il salotto dell’imperatrice, mentre lo zar è al fronte, egli suggerisce alla zarina i provvedimenti idonei ai suoi scopi pacifisti.
Ma Rasputin intuisce presto che ha bisogno di altri alleati oltre ai Romanov, e questi verso la fine del luglio del 1915 glieli procura il fido segretario Simanovic.
Sono il fiore dell’ebraismo russo: Blankestein, Mandel, Winawer, Gruseberg, Kalmanovic, Friedmann, Brodskij silosberg, Eisenstadt, Moise von Gunzburg, il rabbino Maso. Rasputin chiede ai potenziali fiancheggiatori cosa essi siano disposti a fare per la loro completa emancipazione: “Tutto” è la risposta “purchè il riscatto avvenga al più presto e in una sola volta, senza tappe intermedie, che potrebbero essere lunghissime”. “Va bene” dice Rasputin, “allora uniamo le nostre forze per abbattere colui che, al momento, è uno dei principali persecutori della vostra razza: il granduca Nikolaj. Per mio conto, vi assicuro che farò quanto è possibile”.
Il 5 settembre, Nikola Nikolaevic, che ha donato alla Russia gli unici momenti di gloria, viene esautorato e spedito sul fronte secondario al Caucaso. E’ un primo successo per Rasputin; altri però ne debbono seguire, e assai più sostanziosi.
Così con lo zar al fronte, l’imperatrice accentra tutto il potere; buona parte delle sue decisioni vengono prese dopo aver consultato Rasputin per il quale nutre sempre una profonda e immensa devozione.
Lo starec ha dunque modo di gestire non soltanto i fatti immanenti della cosa pubblica ma ha anche modo di formulare progetti per l’immediato futuro: quando la guerra sarà finita e si potrà pensare alla ricostruzione o alla costruzione del paese. Le tasse verranno pagate, ed è concezione moderna, a seconda delle possibilità; saranno esenti solo i padri di famiglia numerosa, le vedove senza notevoli mezzi, coloro che avranno costruito a proprie spese o contribuito a far costruire opere pubbliche sino al dieci per cento del proprio reddito. Fatto notevole, anche la Chiesa dovrà versare i tributi sui proventi.
Fissa anche una politica delle abitazioni: ogni persona una stanza, e ciascuna casa deve avere, quando ciò è possibile, anche un piccolo orto. Gli stenti e le difficoltà alimentari della guerra lo hanno ammaestrato a sufficienza, si che del cibo arriva a preoccuparsene per quel che riguarda non solo la quantità, ma anche la qualità e la specie, compilando semplici ma intelligenti tabelle dietetiche dove, secondo le sue preferenze, figura più pesce che carne, e molti, moltissimi cereali. Vuole inoltre che i contadini abbiano la medesima varietà in tavola dei cittadini. Abbozza pure un progetto che soddisfi le aspirazioni alla terra dei contadini e alla partecipazione agli utili degli operai. I primi avrebbero beneficiato di una politica di espropri mentre i secondi, oltre al salario avrebbero avuto una quota degli utili netti, che sarebbero stati così divisi: un terzo ai proprietari, un terzo ai lavoratori e un terzo infine allo Stato senza altro diritto di tasse.
Alla fine del 1915 Rasputin salva nuovamente Alessio da una delle sue crisi mentre si trova al fronte con suo padre. Nello stesso periodo si profila una grave crisi di governo. La situazione è disperata e perfino la parte conservatrice della Duma fa blocco con l’opposizione per attuare una politica progressista, che raccolga le forze migliori e più attive del paese. In concreto, si vuole che cessino le azioni della polizia contro i sindacati e gli organi di autogoverno; si chiede anche la fine delle persecuzioni contro i polacchi e gli ebrei. In verità la situazione richiede provvedimenti immediati. Una fazione dell’aristocrazia, cui il principe Feliks Jusupov si è sempre rifiutato di far parte, vorrebbe addirittura deporre lo zar, relegare l’imperatrice in un convento e proclamare uno stato di reggenza per lo zarevic Alessio. Altri pensano di risolvere più drasticamente il problema uccidendo Rasputin, e anche lo zar, bombardando il treno imperiale. Ma sono progetti, vane illazioni di spiriti incerti, tranne quella del complotto contro lo starec che davvero, nel suo potere verso i Romanov e nel sempre più chiaro disegno di giungere alla fine del conflitto per instaurare un nuovo regno sta urtando la coscienza comune. A tale proposito, altri perseguono nei medesimi giorni, e più sottilmente, lo stesso fine.
Un uomo di nome Lenin, esule a Zimmerwald in Svizzera, cerca di imporre a un incontro di socialisti estremisti il proprio punto di vista affermando che occorreva trasformare la guerra dello zar in una guerra civilefeliks jusupov lassassino di gregorij rasputin facendo leva sul malcontento acuto delle masse, la corruzione delle alte sfere, la disgregazione sempre più massiccia dell’esercito, ma almeno per il momento, non gli si dà ascolto.
Rasputin, nel frattempo, risolve brillantemente un’altra crisi di Alessio ma i messaggi che Alessandra invia allo starec per chiedergli di correre in soccorso di suo figlio finiscono nelle mani della polizia segreta russa, l’Ochrana e della polizia di Stato che alimentano una voce destinata a rafforzarsi e a dare ai nemici di Rasputin un nuovo motivo di diffamazione: lo starec va così spesso a Carskoe Selo perché è l’amante di Alessandra. E’ questa una cosa non vera perché Rasputin sa bene che un simili avance non solo sarebbero controproducenti, ma non avrebbe nessuna possibilità di successo. Però, sebbene non esatta, l’apparenza di tali rapporti è bene orchestrata e contribuisce a mettere a punto un’altra essenziale porzione del mosaico in cui sempre più chiaramente si viene disegnando la sua sorte.
Un’altra tessera fondamentale, sempre a suo danno, Rasputin l’ha messa in opera con le proprie mani quando, dopo anni di tentativi, riesce a far nominare ministro degli Interni il proprio amico Aleksej Chvostov.
Nel gennaio del 1916, mentre i rapporti tra Rasputin e Chvostov vanno progressivamente deteriorandosi, le due parti in guerra perfezionano i propri piani di attacco.
L’uomo che accede al posto di primo ministro e in cui Nicola dichiara di “nutrire illimitata fiducia”, Boris Sturmer, è una creatura di Rasputin e della Zarina, la quale presiede ormai regolarmente il Consiglio dei ministri.
Chvotov che per una serie di “umiliazioni” (come lui sostiene) ricevute da Rasputin è arrivato a nutrire un forte odio verso lo starec, strumentalizzato da chi vuole eliminare Grigorij organizza un piano per ucciderlo.
Il piano, che prevedeva lo strangolamento di Rasputin dopo averlo stordito con del cloroformio, fallisce. Per mandare a buon fine il complotto sarebbero occorse troppe persone, e qualcosa sarebbe senz’altro trapelato, tanto più che Rasputin era sorvegliato da quattro diverse direzioni: l’Ochrana, gli uomini di Globjcev della polizia di Stato, quelli di Spiridjonovic degli agenti di corte, e gli emissari dei banchieri ebrei. Difficile sfuggire a mani così complesse.

Chvotov ritenta l’assassinio di Rasputin organizzando un altro piano che fallisce e venuto a conoscenza dello starec viene subito presentato ad Alessandra. Chvotov viene esonerato dall’incarico ministeriale e i suoi collaboratori spediti in un lontano governorato della Siberia.
Il terzo inverno di guerra (1916), a parte la deficitaria situazione militare, vede consolidarsi i prodromi della disfatta anche in altri settori. Gli scioperi si moltiplicano e, particolare tanto allarmante quanto significativo, i soldati si affiancano ai manifestanti e sparano sulla polizia. La folla, esasperata per la mancanza di cibo, si fa sempre più minacciosa. La fine è già cominciata, e sarà la fine per tutti. Nicola non ascolta gli ammonimenti della madre, dei parenti e degli alleati. La tempesta monta dal cuore antico e fedele della Russia. Nei salotti e nei club si parla di colpo di Stato, di esilio per Alessandra, ancora di morte per Rasputin, di proclamare zar il dodicenne Alessio.

E’ questa l’ora dei foschi presentimenti i quali per l’agguerrita sensibilità di Rasputin, acquistano un tono particolarmente intenso e struggente, che ha il potere di angosciare e sorprendere anche chi gli sta vicino. Nel 1916 dopo avere assistito con la famiglia imperiale a un servizio religioso, era salito in carrozza con le figlie Marija e Varvara e con l’inseparabile Anna Vryubova. Al momento in cui l’equipaggio stava transitando davanti a una cappella dove la zarina si recava spesso a pregare, Rasputin aveva lanciato all’improvviso un grido e si era sbiancato in volto. Mentre i suoi occhi si chiudevano, egli si era afflosciato sul sedile, come svenuto. Tutti gli erano stati intorno premurosi e sconvolti. Dopo qualche istante, lo starec si era rianimato e aveva detto: “Non spaventatevi. E’ stata soltanto un’orribile visione. Il mio cadavere giaceva in questa chiesetta e per un minuto, ma un istante che mi è sembrato un secolo, ho provato tutte le pene dell’agonia! Pregate per me, sento che l’ora è vicina”. Intanto l’imperatore impegnato al fronte segue i fatti politici che si verificano a Pietrogrado e forse incalzato da personalità ambigue comincia a non apprezzare l’aiuto che Rasputin sta immagine9fornendo ad Alessandra. Sa che molti ministri e cariche politiche vengono nominati su suo suggerimento e crede che questa prassi deve interrompersi. Rasputin dal canto suo intuisce che il pericolo si moltiplica, che occorre uscire al più presto da una posizione che il tempo sta rendendo ogni momento più pesante e densa di incognite.
Forse la salvezza, dato che la guerra non accenna a finire, potrebbe consistere in una rivoluzione guidata, che strappi allo zar una pace qualsiasi, vantaggiosa o no, e una riforma agraria che trasformi i contadini russi in altrettanti piccoli proprietari.
E’ l’antica idea che risorge, e che nel momento del pericolo acquista singolare vivezza, perché adesso si articola in proposte concrete. Distribuire, in un primo tempo, per non creare eccessivi traumi, solo le terre dei monasteri e dello Stato, e assegnarle a coloro che hanno combattuto. In un secondo momento poi, anche i nobili e i latifondisti dovrebbero essere espropriati, s’intende con un’adeguata indennità. Altro punto è quello della emancipazione ebraica, ora più che mai pressante, dato che i suoi amici israeliti, dopo tante erogazioni di denaro premono per ottenere ciò cui ritengono di avere diritto.
Rasputin spera di realizzare i suoi progetti con l’aiuto del ministro e fidato amico Protopopov, del generale Globjcev e del comandante Nikitin.
Il 1916 sta volgendo alla fine, in un clima incerto sia dal punto di vista militare sia da quello politico. I tedeschi, i quali hanno occupato Bucarest, sanno ormai che la loro avanzata verso oriente dovrà con ogni probabilità fermarsi davanti ai trinceramenti di Salonicco. Se ciò induce i bellicisti a bene sperare, la grande Duma è inquieta e accoglie con una bordata di fischi il nuovo primo ministro Trepov. I piccoli parlamenti, gli Zemstvo, fanno ancora di peggio e discutono senza preoccupazione e senza alcuna cautela di cose terribili come l’abdicazione dello zar, l’arresto della zarina, che i feriti degli ospedali, anche per la sua vistosa eleganza, ormai trattano male e senza rispetto chiamandola Nemka, la Tedesca, così come Maria Antonietta era stata detta l’Austriaca; e si ipotizza anche la fucilazione di Rasputin. Egli, con la sua passione per il rischio, sente in sé, nel momento cruciale del pericolo, avvenire una insperata immissione di energie: “Si”, dice ai suoi amici “è giunto il tempo di opporre, a una probabilissima rivoluzione popolare, un sicuro movimento monarchico e sociale”.
Verso la fine della prima decade di dicembre del 1916, le manovre di Rasputin intese a realizzare un tipo di rivoluzione realista, che dovrebbe inevitabilmente condurre alla pace, appaiono fin troppo evidenti. Anche se lo starec non è una spia tedesca, insospettiscono i suoi colloqui, ormai divenuti giornalieri, con i banchieri ebrei, così come ogni giorno egli si incontra con Protopopov, Globajcev e Nikitin, i quali però, almeno stando alle informazioni dei servizi segreti, si mostrano riluttanti ad agire.
I servizi segreti (che sostenevano gli interessi politici ed economici della guerra) hanno intanto dislocato a Pietrogrado alcuni tra i loro migliori agenti, capeggiati da sir Samuel Hoare il quale ben presto decide di risolvere la questione “Rasputin” in modo drastico. Hoarre è dotato di amplissimi poteri e quei giorni (siamo alla prima metà di dicembre del 1916) sono di per se stessi propizi a soluzioni radicali ai danni di chiunque possa essere un ostacolo alle operazioni belliche. Ci sono state altre gravi sconfitte, la disorganizzazione dell’esercito è tanto macroscopica da sembrare incredibile, i generali disobbediscono o sbagliano, i rifornimenti o ritardano o non arrivano affatto, i treni carichi di derrate e di munizioni fanno quasi tutti la medesima fine: o vengono dirottati o saltano in aria. Lo spionaggio tedesco deve essere davvero temibile, anche se gli agenti che vengono individuati e regolarmente impiccati sono abbastanza pochi.
Sir Samuel Hoare studia i numerosissimi rapporti della polizia e di altri agenti dei servizi segreti e trova il nome di Rasputin evidenziato in modo particolare e tra coloro implicati nelle azioni pacifiste.
Grigorij era giunto a convincere l’imperatore a trattare una pace separata con la Germania. Il piano prevedeva che Nicola avrebbe abdicato e affidato la reggenza alla zarina in attesa della maggiore età dello zarevic. Questa mossa avrebbe consentito ad Alessandra di giungere alla pace e far terminare la guerra.
Ma se Russia e Germania avessero trovato un accordo per gli alleati sarebbe stata la rovina, forse un colpo mortale, perché il gigante russo, benché moribondo, assorbiva i colpi più massicci che Austria e Germania infliggevano sul fronte orientale.
Una volta firmata la pace con la Germania tutte le truppe degli imperi centrali si sarebbero riversati sul fronte occidentale irrobustendo l’offensiva contro Francia e Inghilterra e probabilmente vincendo la guerra. Da questo ragionamento sir Samuel riflette sui condizionamenti che potrebbero portare a tutto ciò e brevemente giunge a identificare in Rasputin la maggiore minaccia. Rasputin deve dunque essere eliminato, tanto più che egli da tempo, come visto, non nasconde, anzi ostenta le sue idee pacifiste, e parla in maniera abbastanza aperta anche di un’altra sua pericolosissima idea: la rivoluzione socialdemocratica di cui egli sarebbe fautore.
Questa azione deve però essere condotta in modo netto, indolore per quanto è possibile, e soprattutto né gli inglesi né gli alleati devono, ufficialmente almeno, mettervi mano. Allora, non restano che i russi, e a fare da trait d’union con loro sir Samuel decide siano due suoi collaboratori.
Il delitto deve essere perfetto, ovattato, non deve lasciare traccia. E in quella capitale pullulante di spie, con Rasputin sorvegliato da almeno quattro diverse agenzie, l’unico modo per venirne a capo è quello di eliminarlo in una dimora compiacente, dove la vittima inconsapevole possa recarsi con assoluta fiducia. Viene scelto a questo scopo il principe Feliks Jusupov. Egli è ben noto a Rasputin che anzi ha molta simpatia per lui, l’unico ostacolo è che i due da qualche tempo non si frequentano più. Jusupov, subito avvicinato, accetta con entusiasmo.
Egli odia Grigorij per vari motivi. Il primo era che c’erano voci che la fidanzata di suo fratello ucciso aveva avuto una storia con lui ma c’erano anche altri motivi di astio: primi fra tutti la vicinanza oltraggiosa di Rasputin alla famiglia imperiale.
Forse era stato proprio Rasputin a far silurare il padre di Feliks, quando questi governatore di Mosca, aveva reclamato presso lo zar contro Grigorij.
Anche la madre di Feliks, la principessa Jusupova, era stata umiliata dallo starec, infatti, recatasi più volte dalla zarina a metterla in guardia contro il favorito, aveva finito col rendersela nemica.
Sono queste le ragioni per cui Jusupov accetta ben volentieri di entrare nella congiura. Poi, egli ha quasi trent’anni, l’età in cui un uomo aspira alla gloria. E quale gloria migliore se non quella di liberare la patria da un individuo come Rasputin? Feliks aveva sposato la stupenda granduchessa Irina Aleksandrovna, nipote dello zar, e occupava, sotto ogni punto di vista, un posto di primissimo piano che, se non lo poneva al riparo della giustizia, certo lo collocava in una posizione difficilmente vulnerabile. Egli è entusiasta all’idea di uccidere Rasputin, e offre volentieri la propria casa come luogo per compiere il delitto. Lo starec vi sarà attirato in segreto. Occorrono altri complici: il capitano Suchotin, un ferito di guerra desideroso di tornare ad agire, il deputato Puriskevic, che non ha mai nascosto la sua volontà di farla finita con Rasputin, e il dottor Lazovert, chimico nel treno ospedale di Puriskevic. Lazovert sarà assai utile, perché si decide subito che Grigorij dovrà essere avvelenato, e il chimico è la persona più qualificata per procacciare la pozione mortale. Adesso, si tratta di riguadagnare in breve tempo la fiducia di Rasputin e Feliks sa di riuscirci.
I due si erano conosciuti nel 1909 ma dopo il loro incontro Anna Vryubova aveva fatto di tutto per allontanare Feliks da Rasputin conoscendolo come un giovane avido di sensazioni anormali, che non si curava degli altri.
Così vengono approntate le fila della congiura, con la partecipazione del granduca Dimitrij che assicura in pratica l’impunità a tutti coloro che vi partecipano, e stabilito che il delitto debba avvenire nei sotterranei del grande palazzo Jusupov.
Il principe Feliks riesce così ad ottenere un incontro con Rasputin il quale gli si presenta molto diverso da quando lo aveva conosciuto. Feliks gli dice di essere ammalato e chiede le sue cure di esperto guaritore.
Dopo la prima seduta ne seguono altre nei giorni successivi. Jusupov inoltre incanta Rasputin con la sua predilezione per il canto e la danza che lo starec ama terribilmente. Lo invita partecipare a serate in cui accompagnandosi con la chitarra, gli canta canzoni zingaresche per cui lo starec ha una grande passione. Il canto, la musica, la danza fanno dunque andare rapidamente in porto l’opera di conquista di Rasputin il quale sembra non avere armi di difesa contro quel giovane esteta. Grigorij dovrebbe insospettirsi del fatto che Jusupov cerchi di vederlo sempre da solo, in ore in cui gli altri o dormono o sono assenti, e che rifiuti sempre con ostinazione di recarsi in luoghi molto frequentati.
Col passare dei giorni, Feliks comincia a nutrire del pentimento per ciò che deve fare, esita, pensa al graveimmagine10 passo cui si sta avvicinando, ma poi a rinfocolarlo nella sua decisione intervengono i discorsi di Rasputin. In ognuno di essi, lo starec dimostra il suo disprezzo verso coloro che a Feliks invece sono cari, e la sua volontà di andare ancora oltre nella conquista del paese. Oltre, ma dove? Non penserà, quel contadino, di prendere addirittura il posto dello zar? Come se non bastasse il principe sa che Rasputin dileggia gli aristocratici anche sul piano della guerra, dice che mandano i contadini davanti alle mitragliatrici tedesche mentre loro restano a Pietrogrado a frequentare salotti e caffè.
Sono parole che bruciano e che vanno cancellate col sangue. E poi, c’è la suprema ragione che Hoare e i suoi collaboratori sempre ripetono: “Uccidere Rasputin vuol dire vincere la guerra, salvare la Russia”.
Se lui, Feliks, farà quanto gli dicono e non abbandonerà il sogno grandioso di cui Dimitrij lo ha reso partecipe, diverrà un eroe più grande di tutti gli altri. La storia si occuperà per sempre della sua persona.
Si, Rasputin deve morire e morrà. In seguito a tutto ciò Feliks si conferma nella propria decisione e decide la data il 16 dicembre 1916.
Così il principe Jusupov si reca personalmente da Rasputin per invitarlo a casa sua presentandogli la scusa che sua moglie da tempo chiedeva di conoscerlo.
Grigorij accetta l’invito. Jusupov promette che tornerà a prenderlo con una vettura verso le dieci di sera, sarà solo con il conducente, e chiede: “Ti prego, non dire a nessuno che questa sera vieni da me. Sai come sono pettegoli. Chissà cosa potrebbero dire. Specie i miei genitori non voglio che sappiano nulla”.
Nelle ore che seguono, Feliks avverte tutti i congiurati e mette a punto gli ultimi particolari del piano di morte. I complici staranno al piano superiore, pronti a tutto, mentre egli farà compagnia a Rasputin nell’appartamento preparato nello scantinato del palazzo, dove lo indurrà ad accettare i dolci e il vino che il dottor Lazovert ha preparato con dosi massicce di cianuro.
A sera mentre Rasputin sta per lasciare la sua casa riceve la visita di Anna Vryubova venuta a portare a Rasputin una preziosa icona dono dell’imperatrice. Grigorij sa che Anna è discreta e intelligente e si apre. Le dice dell’incontro che avrà con Feliks e con Irina. La Vryubova conosce però un particolare, saputo da Alessandra, che le fa nascere un triste presentimento, e lo esterna allo starec: “Irina è partita per la Crimea, non è a Pietrogrado. Ti scongiuro, non andare. Ho paura per te”.
Rasputin ritiene invece che l’assenza di Irina sia solo falsa notizia messa in giro da Jusupov per non far capire che egli va da loro. Nonostante le preghiere di Anna, che oscuratamene intuisce in pericolo, resta più che mai fermo nel proprio proposito.
Andrà. Mentre Grigorij si sta preparando riceve anche la visita di Protopopov il quale gli esterna le sue preoccupazioni per lui. In molti lo hanno avvertito di un complotto che stanno organizzando per ucciderlo. Gli chiede di non muoversi e di essere prudente. Rasputin fa parlare l’amico e gli promette che seguirà i suoi consigli: “Va bene, amico, non mi muoverò. Farò come tu dici. So che parli per la mia salvezza, e te ne sono grato. A ogni modo, Dio mi protegge”. Eppure, proprio quella mattina, Grigorij ha consegnato a Simanovic, che lo ha sconsigliato di andare da Feliks, una lettera diretta più che altro alla famiglia imperiale, in cui vi sono riportate frasi strazianti e profetiche. Rasputin dice infatti nel foglio: “Sento che dovrò morire prima di gennaio”, e aggiunge, rivolto a Nicola: “Se ad uccidermi sarà un comune assassino o un contadino mio pari, tu, zar di tutte le Russie, non avrai nulla da temere. Rimarrai sul trono e i tuoi figli regneranno per secoli.
Ma, aggiunge Grigorij: “se a darmi la morte saranno degli aristocratici, essi avranno per sempre le mani bagnate dal mio sangue e dovranno lasciare il paese. I fratelli allora uccideranno i fratelli, e non vi saranno più nobili in Russia, né zar, né suoi discendenti”. La lettera si chiude con una profezia agghiacciante: “Allorché suoneranno le campane a morto per Grigorij, entro un anno lo zar, la zarina e i loro figli morranno, e sarà proprio il popolo russo ad ucciderli…”.
Uscito Protopopov Rasputin termina di prepararsi e andate a letto le figlie Varvara e Marija ecco che Jusupov suona alla porta. Grigorij racconta al giovane della visita di Protopopov e degli ammonimenti che questi gli ha fatto, ma Feliks lo tranquillizza rassicurandolo di non correre nessun pericolo.
Il principe è tranquillo, nessuno dovrebbe averli visti. A quell’ora, i poliziotti di guardia debbono essersi rintanati in qualche caffè.
La grande vettura nera si ferma nel cortile del palazzo in cui, data l’ora tarda, solo poche finestre appaiono illuminate, e dai vetri appannati per il gelo intenso traspare soltanto qualche incerta figura. Il compatto silenzio della notte era spezzato appena da una lontana musica allegra. Grigorij chiede a Feliks se a casa sua si stesse dando una festa ma il principe risponde che sua moglie Irina stava ascoltando della musica con delle amiche ma che presto le avrebbe congedate per unirsi a loro. Rasputin sorride rassicurato.
Varcato il vastissimo androne del palazzo, Feliks fa strada all’ospite. Lo guida verso quella che egli aveva definito la sala da pranzo per le riunioni più intime. In effetti il locale è molto appartato. Scendono una scala a chiocciola situata nell’appartamento a pian terreno. A metà della gradinata, una porticina dà direttamente sul cortile. Rasputin nota d’istinto che la stanza in cui sono entrati riceve luce solo da una finestrella che, così a occhio, doveva aprirsi sul lungo-fiume, al livello del marciapiede, ma non ha alcun sospetto. Quello che fino a pochi giorni prima era solo un tetro locale seminterrato era stato per il loro incontro trasformato in un elegante appartamentino.
Jusupov, che appena entrato nella stanza si è seduto davanti ad un tavolino, si alza in piedi e si pone alle spalle del suo ospite: “Grigorij,” dice con voce che suo malgrado si era fatta grave, “accetta il mio consiglio. Lascia Pietrogrado, torna nel tuo villaggio. Torna a Pokrovskoe. Qui non è più posto per te. Vattene, lo dico per il tuo bene.”
Rasputin socchiude un istante gli occhi, e dice: “Sai, Feliks, chi mi ha cercato questa sera? Il Ministro Protopopov, mi ha detto che non dovevo muovermi, non dovevo accettare il tuo invito. Mi ha scongiurato di non uscire”. Il principe fece un cenno di assenso. Ormai aveva compiuto fino in fondo o almeno così pensava il proprio dovere di ospite.
Aveva concesso a Grigorij una estrema possibilità. Rasputin diede uno sguardo alla tavola. Vede che in due tazze c’è ancora un residuo di tè, sparse sulla tovaglia alcune briciole: “Hai fatto una cenetta con Irina, eh, ragazzo” disse a Jusupov “sei stato qui con lei?”; poi, senza attendere risposta aggiunse: “quanto tarda a venire. Ma verrà, è vero che verrà?”. “Certo” rispose il principe “appena le sue amiche se ne saranno andate, Irina sarà con noi. Ma intanto prendi qualcosa. Che preferisci tè o vino?”
Grigorij guarda il samovar fumante, considera un attimo le bottiglie del prediletto madera, osserva i vassoi con i pasticcini alla crema e al cioccolato; ma compie un gesto come a dire che per il momento non avrebbe preso nulla.
Feliks ritenne che Rasputin fosse seccato per la mancata presenza di Irina, o forse erano state le parole di Protopopov a turbarlo, o magari sospettava qualcosa. Meglio, molto meglio non insistere. Anzi era preferibile indulgere a una delle passioni dell’ospite.
“Dopo che avremo visto Irina” fece Jusupov “dagli zingari, ci faremo cantare delle belle canzoni, e balleremo”. Gli occhi di Grigorij si illuminarono. Egli amava molto la danza, i dolci canti dei nobili, gli piaceva sfrenarsi davanti agli alti fuochi dei bivacchi.
Si, era vita quella, tra gente che parlava secondo il proprio cuore, non in base a macchinazioni politiche.
“Protopopov ha ragione” disse Rasputin, “c’è chi trama contro di me. Gli aristocratici non possono abituarsi all’idea che un uomo semplice, un contadino possa avere libero accesso al palazzo imperiale. Sono rosi dalla rabbia e dalla collera. Ma niente paura: io non li temo, non li ho mai temuti. Essi non possono far nulla a mio danno. Qualcuno lassù mi protegge, molte volte hanno cercato di uccidermi, ma Dio ha sempre sconvolto i loro complotti”.
Il principe trae un sospiro di sollievo. Dunque, Rasputin non aveva sospetti, non pensava che lui e gli altri congiurati nascosti al piano superiore avevano deciso, in ogni caso, di ucciderlo sia per il suo oltraggioso strapotere, sia perché lo si pensava responsabile del cattivo andamento della guerra.
Feliks, approfittando di un istante in cui il suo ospite si era perso a osservare un prezioso mobile che sembrava affascinarlo, dà un’occhiata ai bicchieri posti davanti a Rasputin. La polvere di cianuro, chiara e finemente dispersa, non era visibile. Anche nei dolci era stato inserito il veleno mortale: tanto da poter uccidere un reggimento, non un solo uomo, per quanto dotato di poteri.
Passata la mezzanotte del 16 dicembre a un tratto, Rasputin, chiede a Feliks di versargli prima del tè e poi del vino e dopo aver bevuto comincia a servirsi dei pasticcini avvelenati mangiandone un gran numero. Jusupov tratteneva il fiato e dentro di sé fremeva di attesa aspettandosi che il monaco cadesse al suolo da un immagine11momento all’altro, ma più il tempo passava e più gli attimi diventavano interminabili perché Grigorij continuava a mangiare e a bere vino senza accusare nessun fastidio, anzi apprezzando i dolci con appetito visto che quella sera non aveva cenato.
Jusupov, al vedere che Rasputin aveva ingerito quei dolci fatali senza riportare conseguenza alcuna, non sapeva cosa pensare. Cosa stava succedendo? Era mai possibile che il dottor Lazovert si fosse ingannato o li avesse ingannati? In quell’istante, avrebbe dato qualunque cosa per potersi consultare con gli altri congiurati che, certo impazienti, attendevano nelle stanze superiori, ma al momento ciò era impossibile.
Erano trascorse due ore. Rasputin ha inghiottito tanto veleno da uccidere una compagna di soldati, ma i suoi occhi sono beffardi, il sorriso ingannatore. Al piano di sopra la musichetta, che simula il ricevimento offerto da Irina ad alcune amiche, tace. Gli altri congiurati sono innervositi come e più di Feliks. Tutti pensano al gatto a cui è stato fatto assaggiare uno dei dolci che dopo un istante era caduto stecchito. Un brivido aveva scosso la povera bestia, che aveva spalancato la bocca, emesso appena un miagolio ed era rimasta così col pelo irto, le orecchie tese, le pupille sbarrate, folgorata.
Dentro di sé, Feliks si sente perduto. Tanta resistenza non era prevista. E’ tentato di salire per chiedere aiuto ma è vinto dall’esitazione. Qui il caso viene in aiuto del pavido assassino. All’improvviso, Grigorij sbarra gli occhi, si porta una mano alla gola e dice: “Mi sento male, devo aver mangiato troppo” e si adagia sul divano. Jusupov afferra al volo l’occasione: “non avere paura vado a chiamare il dottore”.
Corre invece di sopra e descrive ai congiurati, in modo concitato, la situazione. Oscar Kay assume l’incarico di farla finita. Si fingerà medico e, con la scusa di visitarlo, sparerà a Rasputin una revolverata al cuore. Quando i due discendono Rasputin, sempre adagiato con la testa reclinata di lato, respira a fatica.
Guarda lo sconosciuto: “sei il dottore?”. “Si,” dice Kay “sono il medico”. Rasputin, a queste parole, si leva e dopo un istante di silenzio dice: “non serve più a niente,” dice “ho solo la testa pesante, e mi brucia lo stomaco. Un altro bicchiere di vino mi rimetterà a posto”.
Dopo aver bevuto un altro bicchiere di madera Grigorij propone a Jusupov di recarsi dagli zingari come programmato e invita anche colui che lui crede essere il dottore. Intanto Kay ha estratto la pistola dalla tasca e Rasputin si è fermato ad ammirare un grande crocifisso di cristallo: “Mi piace, è bello” dice a Feliks; “quanto ti è costato?”
Jusupov non ha il tempo di ripondere. E’ Kay ora a parlare, e l’agente segreto, rotto a ogni perfidia sussurra: “Grigorij Efimovic, faresti meglio a pregare”. Rasputin congiunge le mani e assorto raccoglie l’invito; poi, dopo un istante che sembra lunghissimo, fa per voltarsi, ma il colpo di Kay lo raggiunge al cuore. Con un ruggito selvaggio Grigorij si inginocchia e cade, il corpo scosso da fremiti sempre più lenti. Si ode gente che scende, quindi la luce va via.
Riaccesi i lumi che si sono misteriosamente spenti, i congiurati, raccolti attorno al corpo che sembra agonizzare, tacciono. Rasputin, coi denti serrati, le mascelle strette in un moto convulso, freme, ha gli occhi fissi, mentre una gran macchia di sangue si allarga sulla blusa; incute ancora timore. Qualche istante e poi, disteso sul dorso, Grigorij non si agita più. Il dottor Lazovert si china su di lui, osserva la ferita, gli palpa il petto e dice: “E’ morto. La pallottola ha attraversato la regione del cuore”.
Dopo averlo osservato in quelli che tutti pensavano essere i suoi ultimi istanti di vita salgono tutti al piano superiore chiudendo a chiave la porta dello scantinato.
Dopo aver deciso come disfarsi del corpo Jusupov, riacquistato un po’ di coraggio, decide di scendere. Apre la porta e getta un’occhiata. Il corpo sta lì rigido e fermo, e tuttavia un vago istinto lo inquieta. Afferra il polso del cadavere, nulla. E’ morto davvero e tuttavia il calore di quella carne gli sembra strano.
Afferra Rasputin per le spalle, lo solleva, lo scuote, la testa ciondola e il corpo ricade all’indietro sul gelido granito. Ma al contatto con la pietra, una pupilla sembra aprirsi, si apre. Orrore e incredulità si impadroniscono di Feliks. Anche l’altro occhio si spalanca.
Trattenendo il respiro, Jusupov si china; allora un fatto terribile accade: sotto la pelle del viso i muscoli di Rasputin si tendono, fremono, poi lo sguardo terribile e dominatore si accende in tutta la sua potenza.
Lo starec ha uno scatto sembra riacquistare le forze e, orribile a vedersi, con la bocca spalancata verde di bava, le grandi mani in avanti, si getta sull’aristocratico boia, lo stringe alla gola, vuole strozzarlo, sangue e rantoli disumani gli escono dalle labbra. Chiamando disperatamente a raccolta ogni sua energia il principe riesce a liberarsi e Rasputin, privo di appoggio, cade in avanti terribile a vedersi nella sua bava nei rantoli nel sangue che gli sgorga dalla ferita e sfontana sul pavimento e serra ancora nella mano spasmodicamente tesa la spallina strappata dalla stupenda divisa di paggio di Feliks il quale nel frattempo riesce a salire le scale e chiama gli altri avvisandoli che Rasputin è ancora vivo.
Mentre Feliks afferra un manganello Puriskevic e Kay iniziano a scendere le scale, ed ecco che Grigorij sta ai piedi della scala, le sale sulle ginocchia, sul ventre, rantola, ruggisce, si afferra con le enormi mani insanguinate alla ringhiera, guadagna gradino su gradino; fermi sul pianerottolo, i due lo attendono al varco. Ma Grigorij, che sembra ricordi la topografia del palazzo sa che la sola via di uscita verso la salvezza sta a mezza strada, apre con lentezza la porta ed è nelle tenebre del vasto cortile. Feliks si scuote per primo: “No,” urla “non è possibile!”
Quell’uscio, proprio per evitare un possibile scampo, era stato chiuso a chiave, eppure la magia dello starec l’ha spalancato di scatto, senza difficoltà, così come senza difficoltà, almeno in apparenza, la vittima insanguinata corre ora nel buio verso il cancello nero enorme e lontano. Adesso Grigorij rinviene al gelo notturno e la sua falcata acquista sicurezza e potenza ma quattro colpi di pistola alle spalle lo raggiungono finendolo al suolo. Mentre Puriskevic ansante si arresta e Kay pure sta, con la pistola che fuma, inorridito dalla sua stessa audacia Jusupov libera la sua furia e la sua paura, si china su Rasputin e lo colpisce una, due, tre cento volte al viso con il manganello e fa scempio di quegl’occhi, di quella fronte, di quelle fattezze che hanno a lungo affascinato la Russia, poi non soddisfatto, mentre un globo oculare penzola fuori dell’orbita, un orecchio è staccato e resta solo per un esile filamento di pelle, scatena sul corpo inerme una macabra danza, calpesta il ventre e le gambe dello starec.
Sulla strada si odono passi, qualcuno si avvicina, è un poliziotto dice di aver sentito degli spari e chiede spiegazioni. Jusupov lo rassicura e dice di aver sparato ad un cane e posandogli una mano sulla spalla fa scivolare nella tasca dell’uomo un grosso biglietto di banca. Poco dopo i congiurati entrano nel palazzo per bere qualcosa e rimettersi da tutte queste emozioni.
Dopo pochi istanti tutti, tranne Jusupov che spaventato e disperato, si ritira stremato nella propria stanza, vanno in cortile. Rasputin è lì, imbrattato di sangue, sfigurato, irriconoscibile e tuttavia, orribile a dirsi, sembra aver cambiato almeno posizione del capo e delle braccia. Così martirizzato si è mosso ancora. A ogni modo, morto o non morto nessuno ha più il coraggio di infierire su di lui. Due camerieri gli tolgono gli abiti di cui fanno un involto, poi presa una coperta, ve lo avvolgono e, per evitare che essa scivoli via, è strettamente legato con una grossa corda. Il macabro fardello viene caricato su una vettura che, con Dimitrij, Lazovert e Suchotin si dirige verso il fiume Neva. Con il cuore in gola, i tre percorrono le vie ancora deserte di Pietrogrado, raggiungono la meta prefissa: l’isola Petrovskij. Una volta sulla banchina rompono con un’ascia lo spesso strato di ghiaccio e come a compiere l’ultimo atto di una tragedia fanno scivolare il corpo di Rasputin nelle acque vorticose e gelide del fiume.
Il giorno seguente viene subito notata l’assenza di Rasputin. Sia le figlie che l’affezionata Anna Vryubova sonoimmagine12 terribilmente preoccupate e anche la zarina nutre tristi presentimenti, entrambe sanno l’odio che per motivi diversi sia Jusupov che Puriskevic hanno verso Grigorij. Le figlie Marija e Varvara trovano nello scrittoio del padre una lettera. “Anime mie, un disastro ci minaccia, una grande sventura si approssima. Il viso della Vergine si è oscurato e lo spirito è immerso nelle tenebre della notte. E’ una calma che durerà poco. La collera sarà terribile, dove fuggiremo? E’ scritto: vegliate perché voi non conoscete né il giorno né l’ora. Il giorno è venuto per il nostro paese. Ci saranno lacrime e sangue. Nelle tenebre di questa sofferenza, nulla è possibile distinguere. La mia ora è vicina. Non ho paura, ma so che il calice sarà amaro. Dio conosce la strada della vostra sofferenza. Moltissimi uomini morranno. Numerosi saranno i martiri. Il fratello ucciderà il fratello. Il mondo tremerà. La fame e la peste si abbatteranno sulla terra. Segni strani appariranno. Pregate per la vostra salute. La grazia di nostro Signore e di Colei che intercede per noi vi consolerà”.
Le ragazze intuiscono che il padre è morto e che conosceva il suo destino. Subito avvertono della scoperta la Vryubova e l’imperatrice che cadono nell’angoscia più nera.
L’imperatrice fa mettere cautelativamente agli arresti Jusupov e il granduca Dimitrij e informa dei fatti Nicola che si trova al fronte.
Il mattino del 19 dicembre del 1916 il corpo di Rasputin viene rinvenuto nel fiume Neva a valle di un ponte, incuneato in un blocco di ghiaccio. E’ spaventoso a vedersi. Le figlie chiamate per il riconoscimento, non dimenticheranno per tutta la vita l’orribile spettacolo. Il manganello di Jusupov ha compiuto un’opera tremenda.
Il professor Kosotorov, che effettua l’autopsia, scopre ferite al cuore, alla testa, in altre parti del corpo, tracce di veleno sono nello stomaco, acqua è nei polmoni. Ecco perché il cadavere, benché legato, aveva un braccio libero, proteso in un disperato gesto di salvezza. Quando Rasputin è stato gettato nel fiume era ancora vivo.
Ora, Jusupov non può più negare e, allo zar che ha lasciato il Quartier Generale per assistere ai funerali e interrogarlo, confessa: “Sì, sono stato io. Nessun sentimento personale però mi ha spinto. Ho agito solo per il bene della Russia e del trono”, ma tace sull’intervento determinante di Kay, forse per timore delle reazioni che l’Intelligence Service potrebbe avere nei suoi confronti.
Nicola, che al suo arrivo a Carskoe Selo aveva dichiarato ai dignitari riuniti che si vergognava del crimine davanti a tutta la Russia e che tale vergogna era accresciuta dalla partecipazione al delitto di alcuni membri della famiglia imperiale, ha un gesto come per colpire il bel viso di Feliks, poi si trattiene. Tutti pensano che la punizione per i responsabili sarà severissima, ma la ragion di Stato ancora una volta prevale. La Duma si schiera compatta a difesa di Puriskevic e altrettanto fanno i componenti della famiglia imperiale per Dimitrij e Jusupov. Tutti esercitano pressioni su Nicola: gli ambienti di corte, i politici, i diplomatici stranieri, l’alto clero che ha sempre odiato Rasputin; anche la pubblica opinione, abilmente manipolata, è per una totale clemenza. Così, Nicola che da un po’ di tempo ha sopportato sempre più malvolentieri le intrusioni di Rasputin nella cosa pubblica e negli affari militari si dimostra insolitamente longanime. Dimitrij andrà a raggiungere il comando del generale Baratov in Persia, Jusupov partirà per la sua tenuta di Rakitnoe, Puriskevic si recherà al fronte con il suo treno ospedale, su cui salgono anche Lazovert e Suchotin. La salma di Rasputin, nonostante le figlie vogliano inumarla a Pokrovskoe, per ordine dello zar e della zarina, che temono per le ragazze i disagi e i pericoli del viaggio, viene sepolta sotto la cappella di San Serafin a Carskoe Selo.
Su questa tomba segreta, nei giorni seguenti, Alessandra e la figlia maggiore si raccolgono in preghiera, fino al momento in cui – ma intanto è scoppiata la rivoluzione – il presidente del Consiglio principe L’vov non ordina che, per evitare possibili scene di fanatismo, il corpo di Grigorij venga cremato. Decine di volontari partecipano al rito e una sera alla luce fumosa delle torce riappare il viso di Rasputin in cui gli occhi sono innaturalmente spalancati e vivi. Dopo un attimo di esitazione, il corpo è tolto dalla cassa e, innalzato su rozze picche di legno come per un involontario rito trionfale, viene deposto sopra la pira. Le fiamme si levano maestose davanti agli sguardi allucinati di quella gente semplice e crudele che Rasputin aveva prediletto.
Poi contro il velluto nero della notte, un prodigio strano si compie. Un alone azzurro disegna netto il profilo di Grigorij, sì che il suo volto riemerge per un istante, quasi esaltato e trasumanato dallo splendore.

Tratto da “Rasputin” di Massimo Grillandi (Edizioni Bompiani)
A cura di Gianni Barnaba e Rossano Savino

 

 

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