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Conversazioni con Aurobindo

 
sri_aurobindoTratto da alcune conversazioni con Sri Aurobindo
E ora, arrivando fino a un livello più ordinario, ognuno ha in sé, in misura maggiore o minore, il potere di dare forma alla sua attività mentale ed usare questa forma o nella sua attività consueta o per creare e realizzare qualche cosa.
Stiamo sempre, creando immagini, creando forme. Noi le spediamo nell’atmosfera senza nemmeno sapere che facciamo così, vanno errando, passando da una persona ad un’altra, incontrano compagni, qualche volta si riuniscono e procedono felicemente, qualche volta si creano conflitti, e ci sono battaglie; perché spesso, molto spesso, in queste immaginazioni mentali c’è un elemento piccolo di volontà che cerca di realizzare sé stesso, e dopo tutti cercano di spedire fuori la loro formazione così che possa agire, così che le cose accadano come vuole e, siccome ognuno fa questo, si crea una confusione generale.
Se i nostri occhi fossero aperti alla visione di tutte queste forme nell’atmosfera, vedremmo cose molto sorprendenti: campi di battaglia, onde, assalti, ritirate di una folla di piccole entità mentali che continuamente sono gettate fuori nell’aria e sempre provano a realizzare se stesse.
Tutte queste formazioni hanno una tendenza comune a volersi materializzare e realizzare fisicamente, e siccome sono innumerevoli – sono di gran lunga troppe perché ci sia spazio abbastanza sulla terra perché ognuna possa manifestarsi, si spingono e si danno gomitate una con l’altra, cercando di spingere indietro quelle con cui non vanno d’accordo o anche formano eserciti che marciano in buon ordine, sempre prendendo il posto disponibile in tempo e spazio – è solo uno spazio proprio piccolo paragonato con la quantità innumerevole di creazioni.
Così, individualmente, questo è quello che accade. Alcune persone lo fanno senza saperlo – forse quasi tutti – e sono sballottate continuamente da una cosa ad un’altra, e speranze e desideri sono delusi, qualche volta senza traumi, qualche volta con disperazione, perché loro non hanno nessun controllo o dominio sopra queste cose.
Ma l’inizio della saggezza è guardare noi stessi e pensare e vedere questo fenomeno, divenire consapevoli di questa costante proiezione nell’atmosfera di piccole entità vive che tentano di manifestarsi.
Tutto questo viene fuori dall’atmosfera mentale che portiamo dentro noi stessi. Una volta che vediamo ed osserviamo, possiamo cominciare a selezionare, respingendo quelle che non sono in conformità con la nostra volontà più elevata o aspirazione e permettendo soltanto alle formazioni che possono aiutarci ad avanzare e svilupparci normalmente, di spostarsi verso la manifestazione.
Questo è il controllo attivo del pensiero.

La mente superiore
Dobbiamo, uscendo dai nostri pensieri, compiere il balzo fino alla visione, respirare quell’aria divina, senza limiti, ammetterne la semplice, vasta supremazia, osare abbandonarci al suo assoluto. Ed è allora che il non-manifesto riflette la sua forma nella mente serena come farebbe in uno specchio vivo. Il raggio senza tempo ci discende nel cuore  e noi siamo rapiti nell’eterno.

Il mondo dell’anima
Come chi, trascinato alla propria perduta casa spirituale percepisca adesso la vicinanza di un amore in attesa, in un passaggio tremulo e indistinto che era un rifugio dall’inseguimento della notte e del giorno Aswapathy avanzava guidato da un suono misterioso.
Un mormorio solitario e molteplice, era ad un tempo tutti quanti i suoni, eppure era sempre lo stesso. Un richiamo segreto a una gioia imprevista, nella voce invitante di chi sia molto amato, conosciuto da tempo, eppure senza nome per la mente dimentica, riconduceva all’estasi il cuore renitente.
L’orecchio accattivato fu rapito dal richiamo immortale. Poi, abbassando il proprio imperioso mistero, si ridusse a un sussurro che si muoveva tutt’intorno all’anima. Sembrava lo struggersi di un flauto solitario che errasse per le spiagge della memoria e che riempiva gli occhi con le lacrime di una gioia colma di nostalgia, di desiderio.
Come fosse di un grillo la nota unica e sola, ardente ed impetuosa, rivelava con la melodia acuta il silenzio della notte illune e insisteva sul nervo di un sonno mistico la sua acuta, insistente, magica suoneria.
Un tintinnio argenteo, un riso di cavigliere percorreva le strade di un cuore solitario; la sua danza recava sollievo ad una solitudine eterna, dimenticata, antica, una dolcezza ritornò singhiozzando.
Oppure, come udita da un’armoniosa e remota distanza, sembrava a volte il passo tintinnante di lunghe carovane o l’inno di una spaziosa foresta, il momento solenne del gong di un tempio, il mormorio di api ebbre di miele in isole di estate reso ardente dell’estasi di un meriggio assonnato, o anche l’inno lontano di un mare pellegrino.

Sri Aurobindo

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